03 – Persona e comunità in Edith Stein

2008 – Persona e comunità in Edith Stein, in AAVV, “Edith Stein Comunità e mondo della vita, Lateran University Press, Roma 2008.

Persona e comunità in Edith Stein

Introduzione

Nel libro dal titolo L‘Uomo, Erich Pryzwara, individua nella struttura della persona umana tre polarità che rimangono costantemente in tensione fra di loro. Esse rendono evidente che l’unità della persona umana non è semplice come quella di Dio, ma è caratterizzata da un procedere dall’uno all’altro dei poli di cui sono esse costituite. Una di queste polarità è quella fra individuo e comunità.

La vita di Edith Stein, come quella di tutti noi, è stata segnata dall’urgenza di comprendere e dal tentativo di condurre a soluzione la tensione esistente fra questi due poli.

Di essi vorrei dar conto in questo intervento.

Impostazione del problema

Scrive Roman Ingarden:

«Il problema che la tormentava di più era chiarire la possibilità di una comprensione fra gli uomini, la possibilità di creare una comunità umana che non solo teoricamente, ma anche vitalmente, esistenzialmente le era molto necessaria»[1].

L’essere umano nasce all’interno di una molteplicità di comunità che assumono configurazioni diverse. Ad esse egli appartiene allo stesso tempo e con modalità diverse. Il suo agire ne viene influenzato, ma non completamente determinato. Le sue scelte più autentiche, infatti, scaturiscono da un nucleo personale inafferrabile e inattaccabile. Un nucleo il cui carattere distintivo è l’unicità, l’individualità.

Sin dalle sue prime opere, Edith Stein, ha cercato di individuare e descrivere gli elementi essenziali della persona umana. Il suo è stato un lavoro di scavo continuo alla ricerca di ciò che rende l’essere umano unico e irripetibile e, per questo, irriducibile a qualsiasi forma di manipolazione. Una unicità segnata, però, da un continuo rimando all’alterità.

«Prendere in considerazione un individuo umano isolato è un’astrazione. La sua esistenza è esistenza in un mondo, la sua vita è vita in comunità. E queste non sono relazioni esteriori che si aggiungono ad un essere esistente in stesso e per se stesso, ma l’inserimento in una totalità più ampia fa parte della struttura dell’essere umano»[2].

Occorre prendere in considerazione, allora, entrambi i termini del problema. La Stein non ha mai smesso di farlo. Le sue indagini hanno avuto come punto di origine ciò che da lei era vissuto.

Per questo mi sembra utile, nell’affrontare la questione del rapporto fra la persona e la comunità, indicare i diversi ambiti dai quali essa affiora e mostrare la loro profonda relazione con la sua riflessione teorica.

Il contesto biografico

L’abbondanza di notizie che abbiamo sulla vita di Edith Stein è degna di nota. È lei stessa a fornirci la gran parte di esse nelle opere che l’editrice tedesca ha raccolto sotto il titolo di scritti biografici. Di essi fanno parte il volume dal titolo Dalla vita di una famiglia ebrea e i tre volumi nei quali è raccolta la sua numerosa corrispondenza.

Una lettura attenta di queste opere rivela il legame profondo fra gli avvenimenti da cui è segnata la vita di Edith e la sua riflessione teorica sulla persona e la comunità.

Voglio fornirne solo qualche esempio.

In uno dei primi lavori di carattere prettamente fenomenologico, redatto per il sessantesimo compleanno di Husserl, la Stein scrive:

«Nel nostro ambiente incontriamo comunità reali configurate come famiglie, popoli, comunità religiose e così via»[3].

Non è casuale l’individuazione delle configurazioni che la comunità può assumere e, tanto meno, la successione con la quale esse sono indicate.

Sono le stesse in cui la Stein, nel corso della propria esistenza, ha fatto esperienza della comunità e, specificatamente, nell’ordine in cui l’ha vissuta.

Per questo ne sottolineiamo alcuni elementi essenziali.

a. La famiglia

Il primo ambito nel quale Edith vive la sua esperienza della comunità è la famiglia.

Abbiamo un ampio resoconto di essa proprio nel libro da lei scritto, in un momento piuttosto difficile della sua esistenza, per mostrare:

«quello che […], come appartenente ad una famiglia ebrea, avevo conosciuto dell’umanità ebraica, dal momento che quanti non vi appartengono conoscono così poco di essa»[4].

Sebbene la motivazione della redazione si presenti piuttosto precisa, possiamo senz’altro notare che ciò che viene narrato nel libro è il suo rapporto con i membri della famiglia cui appartiene. L’umanità ebraica di cui parla è quella da cui è stata segnata, in maniera drammatica, la sua esistenza.

Cosa viene fuori da questo racconto intenso e appassionato della vita vissuta all’interno di una famiglia ebrea?

1. La madre: l’emergere del nucleo personale

Le prime esperienze raccontate dalla Stein riguardano il rapporto con la madre. Attraverso di esse siamo posti davanti al cammino di formazione della propria personalità. Da esso bisognerà partire per comprendere le analisi sul carattere e sul nucleo della persona alle quali Edith dedica pagine stupende.

Molto si è scritto e molto ha scritto anche lei riguardo a questo legame fondamentale e profondo. Il primo tu, con il quale ogni persona si trova ad aver a che fare, è quello della propria madre[5].

La sua esperienza di figlia è stata, senza dubbio, drammatica. Le incomprensioni sorte dal confrontarsi di due personalità forti, le sofferenze sorte dalla difficoltà da parte della madre di accettare le decisioni della figlia, la ferita profonda lasciata da quello che appare come un abbandono reciproco, danno testimonianza evidente della presenza, nella persona, di un nucleo inafferrabile. Un nucleo dal quale hanno origine tutte le decisioni libere attraverso le quali ognuno contribuisce a realizzare la propria vita.

La persona è un essere libero che, consapevolmente, si assume tutta la responsabilità delle proprie scelte anche quando esse comportano sacrifici dolorosi.

Nel legame con la madre, assai forte, ma profondamente libero, la Stein scopre il valore della persona. Valore legato al riconoscimento in essa di una individualità intangibile e, allo stesso tempo, di un’appartenenza ad una origine comune che ne permette la comprensione.

Le difficoltà di questo riconoscimento da parte della madre, hanno fatto sperimentare ad Edith l’ultima solitudo, la solitudine che costituisce un polo dell’essere personale.

Ci piace pensare[6], però, che nel momento in cui ha vissuto gli attimi più tragici della sua esistenza all’interno della camera a gas del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau ella abbia sperimentato di nuovo l’abbandono nell’abbraccio materno, di cui ci offre testimonianza in uno dei passi più intensi della sua opera Essere finito e essere eterno:

«So di essere conservato e per questo sono tranquillo e sicuro: non è la sicurezza dell’uomo che sta su un terreno solido per virtù propria, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto, sicurezza, oggettivamente considerata non meno ragionevole»[7],

e in quello in cui descrive le ultime ore vissute insieme alla madre prima di entrare nel Carmelo di Colonia:

«Alla fine rimanemmo sole nella camera mia madre ed io. Le mie sorelle erano occupate a pulire e a mettere tutto in ordine. Essa si nascose il viso fra le mani e cominciò a piangere. Mi misi dietro la sua sedia e accostai al mio seno il suo capo argentato. Rimanemmo a lungo così, finché si fece convincere ad andare a letto. La condussi di sopra e l’aiutai a svestirsi, per la prima volta nella mia vita. /361 Poi rimasi ancora seduta sul suo letto, finché lei stessa non mi mandò a dormire. Probabilmente nessuna delle due riuscì a riposare quella notte»[8].

2. I fratelli e le sorelle: la scoperta dei moti più profondi dell’anima

Viene, poi, il rapporto con i fratelli e le sorelle. Come sappiamo, Edith è l’ultima di sette figli. Il rapporto che ha con i suoi fratelli e le sue sorelle è profondo. Con ognuno di essi ha un legame unico e, tuttavia, tutti sono caratterizzati dalla penetrante verità con la quale ella li vive. Ciò che più le interessa è che i suoi fratelli e le sue sorelle vivano la loro vita nella maniera più autentica possibile. Solo l’autenticità, infatti, può condurre alla felicità.

Per questo non risparmia giudizi, che ha volte, sembrano anche impietosi nei confronti delle scelte compiute nella vita personale. Ad essi, però, accompagna sempre un’assoluta e sincera disponibilità ad aiutarli nelle loro necessità.

Il legame con i fratelli e le sorelle e quello che essi, a loro volta, stabiliscono con i loro familiari rivelano, alla Stein, i moti più profondi dell’anima umana.

Nel rapporto con loro Edith comincia a sperimentare i sentimenti più intensi, siano essi positivi o negativi. Sentimenti che ella analizzerà in maniera unica in tutte le sue opere.

I fratelli e le sorelle costituiscono anche il primo nucleo della cerchia di amici all’interno della quale ella vive esperienze belle ed esaltanti delle quali riempie il suo animo: gite in montagna, vacanze da parenti che vivono in altre città, partecipazione a spettacoli teatrali e concerti.

Di esse dovremo tener conto quando, nei suoi scritti, troveremo descritti in maniera così viva la gioia, la letizia e i legami di amicizia spirituale, così come i paesaggi e gli altri elementi naturali.

Nel rapporto con i fratelli e le sorelle ella fa i conti anche con le prime esperienze dolorose. Sebbene esse non siano vissute in prima persona, non sono, per questo, meno intense. I fallimenti cui vanno incontro alcuni legami familiari dei propri fratelli e delle proprie sorelle, le pongono innanzi la necessità di vivere la propria esistenza senza mai perdere di vista ciò che ad essa conferisce valore e dignità: il legame con l’Essere da cui essa è scaturita.

3. La cerchia dei familiari:l’ebraismo.

Nel legame con la madre e con i fratelli e le sorelle, ma ancor di più, in quello con la famiglia più allargata, Edith scopre e vive il suo ebraismo.

Si tratta di una forma di ebraismo piuttosto aperta, sebbene con una forte connotazione etica.

Ella frequenta le scuole pubbliche e non riceve insegnamenti specifici riguardanti la religione ebraica. Tutto quello che impara di essa, lo apprende in maniera viva prendendo parte alle celebrazioni in casa delle feste comuni ebraiche e accompagnando, qualche volta, la mamma alla sinagoga. Proprio all’uscita dalla sinagoga l’ultimo giorno che trascorre a casa prima di entrare nel Carmelo di Colonia, Edith ha un dialogo breve e intenso con la madre nel quale si palesa la profonda diversità fra la religione ebraica e quella cattolica:

«L’ultimo giorno che trascorsi a casa era il 12 ottobre, il mio compleanno. Era anche il giorno in cui si celebrava una festa ebraica: la fine della Festa dei Tabernacoli. Mia madre prese parte alla liturgia nella sinagoga del seminario rabbinico. Io l’accompagnai perché volevamo passare quel giorno il più possibile insieme. Il professore favorito di Erika, un eminente studioso, tenne una bella predica. In tram, all’andata, non avevamo parlato molto. Per dare a mia madre un piccolo conforto, le assicurai che il primo periodo era soltanto un tempo di prova. Ma non servì a nulla. «Se tu ti sottoponi ad una prova, so che la supererai». Poi mia madre chiese di tornare a casa a piedi. Circa tre quarti d’ora con i suoi ottantaquattro anni! Ma dovetti acconsentire, in quanto mi rendevo conto benissimo che voleva parlare ancora con me indisturbata. «Non era bella la predica?». «Sì». «Allora si può essere religiosi anche da ebrei?». «Certamente, se non si è conosciuto nient’altro!ۚ». Allora giunse desolata la replica: «Perché l’hai conosciuto?. Non voglio dir niente contro di Lui. Sarà stato certamente un uomo molto buono. Ma perché si è fatto Dio?»[9].

La vita vissuta in una famiglia ebrea, dà modo alla Stein di vivere in prima persona la situazione drammatica nella quale gli ebrei vengono a trovarsi all’indomani della salita al potere di Hitler.

Ciò che la colpisce di più è la visione che l’ebraismo ha dell’esistenza. Essa emerge, in maniera prepotente, proprio quando la situazione si fa drammatica. Nella lettera, fatta pervenire a mano, al papa Pio XI ella scrive:

«Tuttavia il boicottaggio – che nega alle persone la possibilità di svolgere attività economiche, la dignità di cittadini e la patria ha indotto molti al suicidio: solo nel mio privato sono venuta a conoscenza di ben 5 casi. Sono convinta che si tratta di un fenomeno generale che provocherà molte altre vittime. Si può ritenere che gli infelici non avessero abbastanza forza morale per sopportare il loro destino. Ma se la responsabilità in gran parte ricade su coloro che li hanno spinti a tale gesto, essa ricade anche su coloro che tacciono»[10].

Edith Stein, con grande profondità di sentire e di giudizio, intuisce quanto gli studi più recenti sulla persecuzione degli ebrei hanno messo in luce. Il colpo più duro inferto al popolo ebreo da parte del governo nazista è stato quello che Hilberg chiamava espropriazione: privare una persona della possibilità di lavorare e di vedere il frutto del proprio lavoro. Questo equivaleva ad annientarne l’esistenza stessa, era una spinta decisiva al suicidio.

Questo ancor di più a causa di quello che la Stein definisce un difetto di prospettiva rispetto alla vita eterna:

«[…] riflettendo su come fosse possibile una cosa simile e chiedendomi anche come mai proprio tra gli ebrei il suicidio avviene relativamente di frequente, trovai anche un’altra spiegazione. Anche la guerra economica contro gli ebrei, che l’anno scorso ne ha rovinati tanti in un colpo solo, ha causato uno spaventoso numero di suicidi. Credo che l’incapacità di guardare tranquillamente in faccia la rovina della propria vita esteriore e farsene carico sia la conseguenza di un difetto di prospettiva rispetto alla vita eterna. L’immortalità personale dell’anima non è un dogma. Qualsiasi aspirazione è di tipo terreno. La stessa religiosità dei devoti è tesa alla santificazione di questa vita. L’ebreo può lavorare duramente, essere infaticabile e tenace e sopportare le privazioni più grandi finché vede uno scopo dinanzi a sé. Se esso gli viene tolto, la sua energia viene meno; la vita gli appare priva di senso e così arriva facilmente a gettarla via. Invece, colui che crede veramente è tenuto lontano dal farlo dalla sottomissione al volere divino»[11].

Alla persona umana è dato di domandare a se stessa il senso della propria esistenza e di conoscere e seguire la direzione da esso indicata. Non può vivere semplicemente obbedendo a ciò che la sua dimensione psichica le suggerisce. La sua anima ha bisogno dell’energia che proviene dall’attività spirituale. Lo spirito è lo strumento privilegiato del dialogo con la realtà dalla quale questa energia proviene. Ecco perché negare l’esistenza di questa realtà equivale a privare la propria vita di ciò che le dà significato. Ella ha impegnato tutto il suo essere, cuore e intelligenza, nella ricerca di una visione dell’essere umano che non dimenticasse nessun fattore del proprio vivere e la trova nella verità rivelata dal cattolicesimo, cui consacra la sua stessa esistenza. Proprio mentre scrive le parole sopra citate, ella sta obbedendo al volere divino che non le ha risparmiato la sorte e le sofferenze toccate al suo popolo; proprio nell’obbedienza a questo volere, diviene testimonianza vivente di ciò che afferma. Si può vivere, “guardare tranquillamente in faccia la rovina della propria vita esteriore e farsene carico”, accettando quello che nella vita ci è dato di vivere, solo se si ha chiaro che esso è parte di un disegno divino che, seppur non sempre rivelato chiaramente, mostrerà, alla fine, la sua bellezza e convincerà della gloria del suo Fattore. L’obbedienza al volere divino è ciò che preserva da difetti di prospettiva. Edith Stein più volte racconta dell’impressione di tristezza provocatale dalla partecipazione a funerali ebraici. Ricordando il primo di essi a cui ebbe l’occasione di partecipare dice:

«Il rabbino cominciò l’elogio funebre. Ho sentito molti discorsi di questo tipo: si esamina il passato del defunto e si sottolinea ciò che di buono egli ha fatto, ridestando in tal modo tutto il dolore dei familiari; mai nulla di consolante viene detto. Si recita, sì, a voce alta e solenne: «E quando la carne diviene polvere, lo spirito ritorna a Dio che lo ha creato», ma ciò non presuppone alcuna fede nella sopravvivenza personale e in un incontro dopo la morte. Quando, molti anni dopo, assistetti a un funerale cristiano la differenza mi fece una profonda impressione. Era uno studioso famoso quello che veniva portato alla tomba, tuttavia non si parlava più dei suoi meriti e neppure del cognome che aveva portato nel mondo. Solo col nome di battesimo la povera anima veniva consegnata alla misericordia divina. Tuttavia, com’erano consolanti e confortanti le parole della liturgia che accompagnavano il defunto nell’eternità!»[12].

Il modo in cui si percepisce la morte dice anche di come si guarda la vita.

b. Il popolo: la doppia appartenenza (popolo tedesco e popolo ebraico)

L’ampliarsi dell’esperienza della comunità al di fuori dell’ambito familiare conduce Edith a vivere l’appartenenza al popolo. Un’appartenenza che, come quella di tanti suoi connazionali, si rivelerà duplice. È lei stessa a renderci noto lo sgomento del maestro nel momento in cui egli apprende la notizia dei provvedimenti mediante i quali il governo nazista avvia la campagna persecutoria nei confronti degli ebrei. Egli, che ha visto morire il figlio in guerra per difendere la nazione tedesca, non comprende le ragioni di un tale odio razziale. La Stein stessa non smetterà mai di ripetere che ella appartiene al popolo tedesco e, tuttavia, sperimenterà in maniera drammatica le conseguenze dell’odio nazista nei confronti del popolo ebreo.

Ecco perché, proprio nel momento in cui stava per subire le prime conseguenze dei provvedimenti del governo nazista[13], Edith riflette su quale sia l’essenza della comunità di popolo e su cosa voglia dire appartenere ad esso.

1. Appassionata di storia e infermiera per la patria

Sin dai primi anni di studio, la Stein avrà la coscienza di appartenere ad una porzione di umanità ben determinata portatrice di una certa storia: quella del popolo tedesco. La sua passione per la storia e per la cultura di questo popolo appaiono subito evidenti.

Parteciperà sempre in maniera attiva a tutte le manifestazioni, organizzate dalla scuola, a ricordo di avvenimenti importanti per la crescita del sentimento patriottico.

Soprattutto, durante la prima guerra mondiale, come tanti altri studenti, abbandonerà i suoi studi e presterà servizio come crocerossina in un ospedale austriaco per dare il proprio contributo a favore della patria.

2. Insegnante e conferenziera

Si renderà anche subito conto che un popolo, oltre ad avere la capacità di configurarsi in un certo modo e di conservarsi, ha anche una capacità autoespressiva che ella indicherà con il termine cultura. Ogni popolo ha una propria cultura intesa come:

«una creazione dello spirito umano in cui abbiano trovato espressione tutte le funzioni vitali umane essenziali (economia, diritto e stato, costumi, scienze, tecnica, arte, religione)»[14].

Una cultura che deve essere diffusa attraverso l’azione educativa. E così che, dopo la sua esperienza come infermiera, la Stein completa i suoi studi e inizia ad insegnare.

In questo modo ella, a partire da ciò che ha appreso e maturato, contribuisce alla crescita del popolo cui appartiene comunicando, attraverso il suo lavoro, i valori che rendono la vita dell’essere umano più autentica.

«Vivere come membro di un popolo, però, non significa solo portare con sé nel mondo il tipo del popolo come patrimonio ereditario o essere formato dalla comunità di popolo in un tipo, ma significa anche svolgere, nella vita del popolo, una delle sue funzioni vitali, contribuendo mediante il proprio lavoro al mantenimento e all’incremento del benessere del popolo. Educare i giovani, esprimere il carattere del popolo nella propria attività creativa, determinare le sorti del popolo, da una posizione di comando ecc»[15].

Un’autenticità determinata dal carattere umano e comunitario della vita stessa. Infatti la realizzazione ultima dell’essere umano sta nel vivere fino in fondo la propria umanità godendo della bellezza di cui è costituita la realtà e lasciandosi afferrare dal valore di cui essa è espressione.

Se questo avviene all’interno di una comunità, non può avvenire senza che l’essere umano viva l’amore nei confronti dell’altro essere umano e sia da lui amato. Una vita comunitaria senza l’amore è impensabile.

Possiamo senz’altro aver presenti queste due caratteristiche quando pensiamo all’esperienza di Edith come insegnante.

La letizia generata dal godimento della bellezza della realtà e l’amore nei confronti di chiunque entrasse nell’orizzonte della sua esistenza.

3. Vittima di espiazione per la salvezza del popolo

Questa esperienza è stata, tuttavia, interrotta a motivo della sua appartenenza ad un altro popolo. Un popolo con delle caratteristiche particolari. Un popolo in cui:

«assistiamo al crescere di una famiglia sino a diventare una grande stirpe, poi al formarsi di un popolo di nomadi e conquistatori unito in se stesso e diverso dagli altri per costumi, leggi e tradizioni; infine, al raggiungimento di una stabilità mediante lo stanziamento in un territorio e la fondazione di uno Stato».

e il cui fondamento:

«è la comunanza di sangue e di fede, entrambi forti al punto tale che il popolo è sopravvissuto al suo Stato e a tutti i tentativi di annientamento ad opera di altri popoli»[16].

A causa della identificazione della comunità di popolo con un legame di sangue, si è giunti all’aberrante esclusione e alla eliminazione di una notevole parte di individui appartenenti al popolo tedesco.

La Stein, con grande lucidità, chiarisce che:

1. La comunità popolare può fondarsi sul legame di sangue, ma non lo presuppone necessariamente.

2. Un legame di sangue non è sufficiente a fondare una comunità di popolo; ad essa si deve aggiungere una comunione spirituale.

3. Il popolo e lo Stato, di regola, non si identificano.

È a questo punto che ella indicherà un elemento importantissimo nella considerazione del legame che l’individuo ha con il popolo: quello della responsabilità personale vissuta come distacco dal popolo.

Sebbene un individuo nasca all’interno di un popolo, sia da esso abbracciato in tutte le sue dimensioni vitali così che il suo carattere ne risulti influenzato, egli può prendere le distanze in ogni momento da esso se lo vede sulla via della rovina.

Ecco perché la responsabilità ultima dell’essere umano è nei confronti di Colui che lo ha creato e da cui tutto ha origine e non nei confronti del popolo da cui la vita sembrerebbe totalmente determinata.

Esiste la possibilità, in mezzo alla rovina, di indicare a tutti la responsabilità ultima cui si è chiamati.

Ed è quello che Edith ha fatto offrendo la sua vita a favore del suo popolo: quello tedesco e quello ebreo.

Questo lo ha potuto fare solo perché nell’esser parte di una comunità ancora più grande, quella della Chiesa cattolica, ha appreso dal mistero della Redenzione, la possibilità di un amore gratuito capace di salvare l’umanità dalla propria rovina.

In questo amore, che diviene offerta totale di sé, trova soluzione anche la tensione fra l’individuo e la comunità. L’individuo sta davanti a Dio per tutti e l’umanità intera è salvata in quell’individuo.

Conclusione

Vorrei concludere queste riflessioni citando un brano della Stein dal quale emerge in maniera chiara il senso di tutto quanto abbiamo detto finora:

«Giungiamo così alla conclusione secondo la quale la parte più profonda e caratteristica, ciò che l’essere umano è, egli lo deve solo a Dio e tutto ciò che deve alla comunità terrena, lo deve indirettamente a Dio. A Dio deve tutto ciò che è. Grazie a Dio egli è inserito nelle comunità nelle quali si trova e Dio stabilisce la misura degli obblighi che ha verso di esse. Di ciò di cui sono responsabile devo rispondere a Dio. In cosa consista ciò, vale a dire, quale sia il mio dovere, me lo dice la mia coscienza. Seguirla è compito della mia libertà. In ogni essere umano vi è un ambito che è libero da ogni legame terreno, che non proviene da altri e non è definito da altri. In tale ambito egli è solo dinanzi a Dio. È il punto più intimo dell’anima, dell’io individuale e libero per eccellenza, dell’io personale. Quanto ha ricevuto mediante la propria origine gli è dato in mano perché sia formato e reso fecondo nel suo agire. L’agire è, il più delle volte, agire nelle comunità. Un essere umano può essere chiamato ad operare prevalentemente in una comunità ristretta come la famiglia. Il senso della sua esistenza /192 si può realizzare in questa azione senza che egli sia consapevole di appartenere ad una comunità più grande e si senta in debito nei suoi confronti; il lavoro svolto in un cerchia ridotta può, però, essere fecondo per la comunità più grande. Un essere umano può essere chiamato a porre tutta la sua forza al servizio del suo popolo. La vita e la storia di un popolo sono legate al fatto che vi siano esseri umani che hanno questa vocazione e la seguono. Ci sono, però, anche coloro che vengono chiamati fuori dal loro popolo e dai loro legami familiari. Può accadere che la loro missione si rivolga ad altri popoli.

Può, tuttavia, verificarsi che il Signore li scelga per se stesso; e proprio dall’ordine della redenzione si può comprendere che anche una vita completamente distaccata dal mondo e separata da ogni comunità terrena può essere feconda per l’umanità. Ma il valore dell’essere umano non si misura da questo. Il criterio ultimo del suo valore non è ciò che opera a favore di una comunità – la famiglia, il popolo, l’umanità -, ma risiede nella risposta alla chiamata di Dio»[17].

Michele D’Ambra

 

  1. R. Ingarden, Il problema della persona umana. Profilo filosofico di Edith Stein, Il Nuovo Areopago, n.21 (1987), Bologna, p. 33.
  2. Edith Stein, Der Aufbau der menschlichen Person, Edith Steins Werke XVI, Herder, Freiburg i.Br. 1994, tr. it. di Michele D’Ambra, La struttura della persona umana, Città Nuova, Roma 2000, p. 185.
  3. Edith Stein, Beitrëge zur philosophischen Begründung der Psychologie und der Geisteswissenschaften: Psychische Kausalitët; Individuum und Gemeinschaft, ed. Max Niemeyer, Tubinga 1970, tr. it. di Anna Maria Pezzella, Presentazione di Angela Ales Bello, Psicologia e scienze dello spirito. Contributi per una fondazione filosofica, Città Nuova, Roma 1996, p. 217.
  4. Edith Stein, Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002,
  5. Sono stupende, a questo riguardo, le pagine che la Stein dedica, nel libro sulla Donna, al ruolo della donna/madre nello sviluppo e nell’educazione della personalità dei figli.
  6. Come ha già fatto Marta Meszaros nel film La settima stanza.
  7. Edith Stein, Endliches und ewiges Sein. Versuch eines Aufstiegs zum Sinn des Seins, in Edith Steins Werke, Band II, Herder, Friburgo i.Br. 1951; tr.fr., L’être fini et l’être eternel. Essai d’une atteinte du sens de l’être, Nauwelaerts, Parigi 1972; tr. it. di Luciana Vigone con revisione e presentazione di A. Ales Bello, Essere finito e essere eterno. Per una elevazione al senso dell’essere, ed. Città Nuova, Roma 1988, p. 96.
  8. Edith Stein, Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, pp. 360-361.
  9. Edith Stein, Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002,
  10. Citata, con una lieve modifica alla traduzione, da Chenaux P. e Ales Bello A. (a cura di), Edith Stein e il nazismo, ed. Città Nuova, Roma 2005, p. 104.
  11. Edith Stein, Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, p. 54. Questo giudizio sembra essere condiviso anche da Shakespeare, allor quando, ne Il mercante di Venezia fa dire all’ebreo Shylock: «Ma sì, toglietemi la vita e tutto, / non fatemene grazia, a questo punto! / Mi togliete la casa, / se togliete il sostegno che la regge; / mi togliete la vita, / se mi togliete i mezzi su cui vivo».
  12. Edith Stein, Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, p. 53.
  13. Edith tiene il corso sulla Struttura della persona umana, all’Istituto di Pedagogia Scientifica di Münster, durante i mesi in cui Hitler sale al potere e emana i provvedimenti che porteranno al suo licenziamento dall’Istituto stesso.
  14. Edith Stein, Der Aufbau der menschlichen Person, Edith Steins Werke XVI, Herder, Freiburg i.Br. 1994, tr. it. di Michele D’Ambra, La struttura della persona umana, Città Nuova, Roma 2000, p. 202.
  15. Edith Stein, La struttura della persona umana, cit., p. 205.
  16. Edith Stein, La struttura della persona umana, cit., p. 203.
  17. Edith Stein, La struttura della persona umana, cit., p. 213.