14 – Edith Stein e il Nazismo

Edith Stein e il nazismo
2005 – Edith Stein e il nazismo – Memorandum, review on line, dir. M. Mafhoud

La pubblicazione in Italia del testo Edith Stein e il nazismo[1] ha riproposto il tema del rapporto fra la Chiesa e il nazismo e, in particolare, quello della posizione che i due Pontefici Pio XI e Pio XII hanno assunto nei confronti della deportazione e dello sterminio degli ebrei.
La posizione di Edith Stein nei confronti del nazismo è strettamente legata agli avvenimenti di cui ella è stata protagonista. Per questo, per comprenderla, bisogna far riferimento ad essi. Fortunatamente, grazie alla sua grande memoria e alla sua profonda capacità di narrare quanto le accadeva, possiamo averne un quadro piuttosto chiaro e dettagliato[2].

 

a. Il piano di distruzione degli ebrei

Anno decisivo nella storia del nazismo e per il piano di distruzione degli ebrei[3] fu il 1933. Lo fu anche per Edith Stein che, a causa della sua origine ebraica, dovette abbandonare l’insegnamento ed ebbe finalmente la possibilità di realizzare pienamente la sua vocazione entrando nel Carmelo di Colonia. È l’anno in cui scriverà la lettera a Pio XI nella quale invoca un intervento magisteriale contro il nazismo facendo presente quanto stava accadendo al suo popolo.
Per questo, ci sembra utile, al fine di mostrare la profonda pertinenza delle osservazioni e delle analisi che ella svolge su quello che stava avvenendo, offrire un quadro degli avvenimenti accaduti in questo anno, con particolare riguardo alle misure prese dal governo tedesco nei confronti degli ebrei.
Il 1933 ha inizio con la nomina di Hitler a cancelliere del Reich. Il 30 Gennaio il presidente dello stato tedesco, il maresciallo von Hindenburg, nomina Hitler capo di un governo di coalizione di cui lo stesso Hitler ridurrà man mano le funzioni a favore di un potere sempre più esteso e personale. Il 27 Febbraio il Reichstag (la sede del parlamento tedesco) viene incendiato e il giorno dopo Hitler ottiene l’emanazione della “Verordnung des Reichspräsidenten zum Schutz von Volk und Staat” (il “Decreto del Presidente del Reich per la protezione del popolo e dello Stato”), che sopprime i diritti politici sanciti dalla costituzione di Weimar e funge da base giuridica per la detenzione prolungata degli avversari politici, detenzione che ora può avvenire anche semplicemente per motivi di “pubblica sicurezza”. Viene messo al bando il Partito comunista, cui appartiene l’uomo accusato dell’incendio, e fortemente limitata la libertà di stampa.
Il 5 Marzo, alle elezioni per il Reichstag, il NSDAP (“Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei” – “Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori”) ottiene solo il 43,9% dei voti, ma il Parlamento approva la legge di attribuzione dei pieni poteri al governo mediante la quale Hitler continua il cammino che lo condurrà, alla morte di Hindenburg, alla formazione dello stato totalitario.
Il 22 Marzo viene istituito il primo campo di concentramento a Dachau, nei pressi di Monaco, in cui all’inizio vengono imprigionati soprattutto oppositori politici. L’esistenza del sistema repressivo, qui inaugurato, non viene nascosta, anzi alcune notizie vengono di proposito fatte filtrare attraverso la stampa del partito, determinando così un clima di paura tra la popolazione.
Questa breve serie di avvenimenti mostra quanto spedito sia stato il cammino attraverso il quale Hitler ha rafforzato il suo potere all’interno del Reich. Tale velocità sarà la caratteristica comune anche al piano di distruzione degli ebrei. Estremamente rapido sarà, infatti, il susseguirsi di provvedimenti mediante i quali l’apparato burocratico del governo tedesco, realizzerà il sistema che condurrà progressivamente gli ebrei europei a subire la sorte da tutti conosciuta, attraverso le fasi della definizione, dell’espropriazione e del concentramento.
Questi provvedimenti, di cui avvertiremo le conseguenze nei resoconti della Stein, sono il prodotto di una vastissima macchina amministrativa. Questo apparato crebbe passo dopo passo; l’iniziativa delle decisioni, come la loro applicazione, ne dipese sempre e largamente. Per distruggere gli Ebrei d’Europa, non venne creato né un organismo specifico, né fissato un budget particolare. Ciascuno dei settori doveva giocare un ruolo specifico nel processo e ciascuno doveva trovare al proprio interno i mezzi per portare a compimento il proprio scopo[4].
Il primo di essi fu la “Legge per il rinnovo dell’amministrazione pubblica” emanata il 7 Aprile. Attraverso di essa, per la prima volta, gli ebrei vengono definiti. In particolare, in quello che verrà chiamato Arierparagraph, leggiamo: «Gli impiegati pubblici che non siano di discendenza ariana verranno pensionati; qualora fossero pubblici ufficiali onorari verranno privati del loro status»[5]. La definizione a mezzo decreto fu la prima fase del processo di distruzione degli ebrei. Non si può combattere un nemico senza individuarlo. La storia dell’antisemitismo mostra la difficoltà, da parte di quanti hanno voluto emarginare ed eliminare gli ebrei, di individuarne le caratteristiche specifiche. Ecco perché il primo grande sforzo, che non avrà più interruzioni, della burocrazia tedesca sarà quello di definire in maniera precisa le caratteristiche di coloro che dovevano essere oggetto delle persecuzioni. Gli studi più recenti, sia quelli riguardanti il Nazismo che quelli riguardanti il Fascismo in Italia, mostrano quanto ampio fu il numero di leggi e circolari attraverso le quali si tentò di individuare, nella maniera più precisa possibile, quelli che dovevano essere eliminati. Questo sforzo mirava a rimuovere l’utilizzo dei pogrom estemporanei, i quali arrecavano danni di immagine e di carattere economico agli stati nei quali avvenivano, e ad inserire la distruzione degli ebrei in un sistema burocratico, il cui meccanismo, comportava un completo automatismo mediante il quale veniva, apparentemente, eliminata ogni forma di responsabilità personale nel crimine. Obbedire a quanto era prescritto da una legge era segno di grandezza e moralità, non di scelleratezza o di un’inclinazione alla malvagità. Le vicende giudiziarie di molti esponenti del governo nazista hanno visto l’emergere di questa tesi come argomento di difesa[6].
Abbiamo parlato a lungo della legge del 7 aprile perché è proprio delle conseguenze di essa che Edith Stein ci parla in alcune lettere e nella premessa alla storia della sua famiglia che ella comincerà a redigere nel settembre di questo stesso anno quando, ormai vittima delle disposizioni contenute nell’Arierparagraph, dovrà abbandonare l’insegnamento presso l’Istituto di Pedagogia Scientifica di Münster, nel quale era giunta l’anno prima.
E su quanto ella scrive che vogliamo ora soffermarci.
Il 5 Aprile scrive alla sua madrina di Battesimo Edwige Conrad-Martius:

I miei cari a Breslavia naturalmente sono molto agitati e abbattuti. Riguardo al nostro negozio, da molto tempo purtroppo non fa molta differenza se sia aperto oppure no. Anche mio cognato aspetta ogni giorno il suo licenziamento (è primo assistente alla clinica dermatologica universitaria). Kuznitsky ha già perduto il suo posto come capo del reparto dermatologico di un ospedale cittadino. Ogni lettera contiene delle nuove brutte notizie. Sembra che ai miei parenti ad Amburgo non sia ancora accaduto qualcosa di brutto. Riguardo a me personalmente, da tutte le parti mi viene assicurato che non ho da temere per il mio posto di lavoro, e proprio in questo ultimo periodo ho fatto esperienza di tantissima gentilezza, cosa che naturalmente fa molto bene[7].

La Stein riferisce alla Conrad Martius del boicottaggio delle attività commerciali degli ebrei che segnò l’inizio di quella che sarà la seconda fase del piano di distruzione attuato nei loro confronti: l’espropriazione.
Il 29 Marzo il Partito nazista aveva preso l’iniziativa di creare un comitato per il boicottaggio dei negozi ebraici. Esso realizzò il suo compito:

organizzando raduni di massa, nei quali alte personalità del Partito, Streicher e Goebbels tra gli altri, presero la parola, e piazzando davanti a negozi ebrei “guardie di protezione” scelte fra le SA e le SS. Queste guardie in camicia bruna o uniforme nera dovevano soltanto “informare” il pubblico che il proprietario del negozio era ebreo; a volte, adempivano la loro missione dipingendo la parola Jude sulle vetrine»[8].

Dalle parole di Edith Stein emerge l’impressionante rapidità e inesorabilità con le quali questa fase viene attuata. L’espropriazione sarà portata a termine attraverso provvedimenti che miravano al progressivo licenziamento degli ebrei dalle amministrazioni pubbliche, secondo una sequenza che interessò, di volta in volta, i giudici, gli avvocati, i medici (come indicato dalla stessa Stein), dalle industrie private, con non poche difficoltà derivanti dalla mancanza di una normativa che permettesse il licenziamento senza una motivazione adeguata[9] e dalla qualità del lavoro svolto[10], alla cosiddetta “arianizzazione” delle industrie di proprietà degli ebrei: l’obbligo di vendita delle industrie di proprietà di famiglie ebree a industriali o a organizzazioni di nazionalità tedesca[11].

Rimane, al momento, per la Stein il dubbio sulla possibilità di conservare il proprio posto di lavoro. L’Istituto in cui ella insegnava era stato costituito da un’associazione di insegnanti cattolici e, in quanto privato, sfuggiva alle norme della legge del 7 aprile di cui abbiamo parlato.

Naturalmente, come la Stein stessa ci testimonierà, questo privilegio durò poco.

Infatti, è del 7 Maggio la lettera in cui ella parla in termini più drammatici di quanto stava avvenendo:

Inoltre penso che noi non siamo qui per questo, per avere cioè il cielo sulla terra. Credo che se tu fossi più consapevole di quante migliaia di esseri umani vengono ora spinti alla disperazione, allora desidereresti con ardore strapparli a questa immane quantità di difficoltà e di dolore che essi devono subire.
Giungo dunque alla tua prima domanda: il convegno di Karlsruhe non può aver luogo a causa della grande crisi in cui l’intero corpo insegnante cattolico si trova ora. Dunque anch’io non verrò; il nostro Istituto è coinvolto in questa crisi. Questo semestre non posso tenere lezioni (a causa della mia origine ebraica). Per il momento da parte dell’Istituto si provvederà ancora a me, perché si spera che, nonostante tutto, il mio lavoro scientifico risulterà ancora utile in ambito cattolico, però non credo più alla possibilità di un mio ritorno ad insegnare presso di esso, e in generale che sia possibile per me svolgere un’attività didattica in Germania. Per il momento rimango qui, finché la situazione non si chiarisce. Non preoccuparti per me. Il Signore conosce le Sue intenzioni nei miei confronti[12].

Il tono piuttosto duro usato nel descrivere quanto stava accadendo rivela la profonda tensione e severa lucidità con la quale Edith Stein guarda alla propria situazione personale e a quella di quanti appartenevano al suo popolo. Man mano che i giorni passano le misure antiebraiche attuate dal governo tedesco diventano sempre più incidenti nell’esistenza di coloro che: «sono stati strappati alla tranquilla ovvietà dell’esistenza e costretti a riflettere su se stessi, sulla loro natura e sul loro destino»[13].

Compare, nella lettera citata, anche l’elemento che, più di ogni altro, colpisce il cuore e la ragione di Edith. Di esso troviamo più di una testimonianza. Si tratta del legame fra il dolore, la disperazione e, in molti casi, il suicidio.

Già nella lettera inviata al Papa, scritta ad aprile, dichiara:

Tuttavia il boicottaggio – che nega alle persone la possibilità di svolgere attività economiche, la dignità di cittadini e la patria ha indotto molti al suicidio: solo nel mio privato sono venuta a conoscenza di ben 5 casi. Sono convinta che si tratta di un fenomeno generale che provocherà molte altre vittime. Si può ritenere che gli infelici non avessero abbastanza forza morale per sopportare il loro destino. Ma se la responsabilità in gran parte ricade su coloro che li hanno spinti a tale gesto, essa ricade anche su coloro che tacciono[14].

Edith Stein, con grande profondità di sentire e di giudizio, intuisce, nel momento in cui gli avvenimenti erano ancora in svolgimento, quanto gli studi più recenti, sulla persecuzione degli ebrei hanno messo in luce. Il colpo più duro inferto al popolo ebreo da parte del governo nazista è stato, come abbiamo già documentato, quello che Hilberg chiamava espropriazione: privare una persona della possibilità di lavorare e di vedere il frutto del proprio lavoro. Questo equivale ad annientarne l’esistenza stessa o per propria mano, attraverso il suicidio, o per mezzo di procedure[15] miranti ad eliminarne la più grande quantità possibile. Così Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo:

Il primo passo decisivo verso il dominio totale è l’uccisione del soggetto di diritto che è nell’uomo[16].

E ancora:

Il pericolo delle invenzioni totalitarie è che oggi, con la popolazione e lo sradicamento in rapido aumento dovunque, intere masse di uomini sono di continuo rese superflue nel senso della terminologia utilitaristica[17].

Edith avverte la drammaticità e la gravità della situazione determinata dalla serie infinita di decreti di cui abbiamo già parlato[18], ma, ed è quello che ci sembra più interessante, ne ricava un giudizio vero per l’esistenza di tutti. Esso emerge con grande chiarezza in ciò che scrive nel capitolo III della storia della sua famiglia:

[…] riflettendo su come fosse possibile una cosa simile e chiedendomi anche come mai proprio tra gli ebrei il suicidio avviene relativamente di frequente, trovai anche un’altra spiegazione. Anche la guerra economica contro gli ebrei, che l’anno scorso ne ha rovinati tanti in un colpo solo, ha causato uno spaventoso numero di suicidi. Credo che l’incapacità di guardare tranquillamente in faccia la rovina della propria vita esteriore e farsene carico sia la conseguenza di un difetto di prospettiva rispetto alla vita eterna. L’immortalità personale dell’anima non è un dogma. Qualsiasi aspirazione è di tipo terreno. La stessa religiosità dei devoti è tesa alla santificazione di questa vita. L’ebreo può lavorare duramente, essere infaticabile e tenace e sopportare le privazioni più grandi finché vede uno scopo dinanzi a sé. Se esso gli viene tolto, la sua energia viene meno; la vita gli appare priva di senso e così arriva facilmente a gettarla via. Invece, colui che crede veramente è tenuto lontano dal farlo dalla sottomissione al volere divino[19].

L’esistenza è determinata dalla visione che si ha di essa. La persona umana è capace di domandare a sé e di conoscere il senso del suo esistere e seguire la direzione da esso indicata. Non può vivere semplicemente obbedendo all’apparato psichico di cui è dotata in quanto esso è il meno specializzato tra quelli rinvenuti negli esseri viventi. La sua psiche ha bisogno dell’energia che proviene dall’attività spirituale e lo spirito è lo strumento privilegiato del dialogo con la realtà dalla quale questa energia proviene. Ecco perché negare l’esistenza di questa realtà equivale a privare la propria vita di ciò che le da’ significato. La Stein, con grande finezza, indica in un difetto di prospettiva, vale a dire in un mancanza di conoscenza, il problema dell’assenza di un senso che dia una direzione chiara all’esistenza. Ella ha impegnato tutto il suo essere, cuore e intelligenza, nella ricerca di una visione dell’essere umano che non dimenticasse nessun fattore del proprio vivere e la trova nella verità rivelata dal cattolicesimo, cui consacra la sua stessa esistenza. Proprio mentre scrive le parole sopra citate, ella sta obbedendo al volere divino che non le ha risparmiato la sorte e le sofferenze toccate al suo popolo e, proprio nell’obbedienza a questo volere, diviene testimonianza vivente di ciò che afferma. Si può vivere, “guardare tranquillamente in faccia la rovina della propria vita esteriore e farsene carico”, accettando quello che nella vita ci è dato di vivere solo se si ha chiaro che esso è parte di un disegno divino che, seppur non sempre rivelato chiaramente, mostrerà, alla fine, la sua bellezza e convincerà della gloria del suo Fattore. L’obbedienza al volere divino è ciò che preserva da difetti di prospettiva. Edith Stein più volte racconta dell’impressione di tristezza provocatale dalla partecipazione a funerali ebraici. Ricordando il primo di essi a cui ebbe l’occasione di partecipare dice:

Il rabbino cominciò l’elogio funebre. Ho sentito molti discorsi di questo tipo: si esamina il passato del defunto e si sottolinea ciò che di buono egli ha fatto, ridestando in tal modo tutto il dolore dei familiari; mai nulla di consolante viene detto. Si recita, sì, a voce alta e solenne: «E quando la carne diviene polvere, lo spirito ritorna a Dio che lo ha creato», ma ciò non presuppone alcuna fede nella sopravvivenza personale e in un incontro dopo la morte. Quando, molti anni dopo, assistetti a un funerale cristiano la differenza mi fece una profonda impressione. Era uno studioso famoso quello che veniva portato alla tomba, tuttavia non si parlava più dei suoi meriti e neppure del cognome che aveva portato nel mondo. Solo col nome di battesimo la povera anima veniva consegnata alla misericordia divina. Tuttavia, com’erano consolanti e confortanti le parole della liturgia che accompagnavano il defunto nell’eternità![20].

Il giudizio precedentemente espresso emerge da una esperienza vissuta, Edith ha appreso questo atteggiamento dalla fenomenologia, che viene osservata con estrema serietà.

Ci siamo soffermati lungamente sul tema del suicidio e della morte perché ci si è mostrato di grande importanza nell’esperienza della Stein, riguardo alle conseguenze dei primi provvedimenti presi dal governo nazista nei confronti degli ebrei. Importante poi ci è sembrata anche la posizione assunta dalla Stein nei confronti di quello che accade: occorre infatti che la prospettiva dalla quale guardiamo al nostro essere non elimini l’orizzonte infinito nel quale esso è inserito. Solo quest’orizzonte, infatti, può dare la misura di quel che accade nella vita e far sì che se ne percepiscano le giuste proporzioni; così non viene annientato il gusto di vivere neanche di fronte alle sofferenze più grandi. Edith stessa avrà la sorte, condivisa con milioni di persone, di una morte anonima e di una impossibile sepoltura: di tali circostanze si può solo tentare di immaginare l’immane sofferenza, ma anche la responsabilità e la serenità con la quale furono affrontate. Serenità a cui ella lungamente era stata preparata da ciò che aveva vissuto acconsentendo al disegno di Dio su di lei[21].

 

b. L’educazione dei giovani nella battaglia contro il Nazismo

Se le difficoltà per lo svolgimento del proprio lavoro crescono a causa della progressiva attuazione delle leggi antiebraiche e del clima sociale e politico da esse generato, la Stein non perde di vista l’importanza dell’educazione, in particolare di quella dei più giovani, nella battaglia ingaggiata per resistere al potere totalitario del governo nazista.

Così il 17 Maggio risponde ad una richiesta per una conferenza cui era stata invitata:

[…] alcuni mesi fa avrei senz’altro accolto la Sua richiesta. Oggi, come faccio in ogni occasione del genere, devo a mia volta porLe una domanda: Ella sa che io sono una convertita dall’ebraismo? e che rischia di contrapporsi alla corrente dominante, nel concedere ad una ebrea una tale influenza sulla gioventù tedesca? Se quindi dovesse rinnovare la Sua richiesta, allora desidero riflettere se posso assumere un tale impegno ancora fino ad agosto. Come docente sono messa in aspettativa, però non mi illudo più di poter ritornare all’Istituto. Cosa farò in agosto e dove sarò, per il momento non lo so ancora[22].

Sappiamo bene quanto i regimi totalitari abbiano investito sull’educazione. Il Ministero per l’educazione e quello per la propaganda erano tra quelli che lavoravano più alacremente affinché l’ideologia di regime potesse essere fatta propria da tutti ed avere il consenso più largo possibile. Se importante era stata la determinazione dell’identità del nemico, ancora più importante era far sì che i decreti del governo divenissero espressione di una visione comune a tutto il popolo, fossero espressione del Volkgeist di hegeliana memoria. L’educazione e la propaganda, quindi, erano gli strumenti privilegiati di questo piano di eliminazione della realtà e della storia a favore di una ideologia portata meticolosamente alle sue conseguenze più terribili. Gli studi sui regimi totalitari hanno mostrato, con delle ricostruzioni particolareggiate e scrupolose, quanto il sistema educativo degli stati interessati abbia partecipato alla diffusione di visioni dell’essere umano assolutamente scellerate e abbia contribuito a far sì che i crimini commessi non apparissero nella loro piena gravità. La Stein comprende bene che solo una battaglia condotta sul piano educativo può permettere il superamento della situazione di disordine nella quale ci si è venuti a trovare. Così, motivando la ripresa di un antico progetto di redazione di una storia della propria famiglia non ancora realizzato, scrive:

[…] Gli scritti programmatici e i discorsi dei nuovi detentori del potere hanno dato una risposta. Come uno specchio concavo, essi ci rimandano l’immagine di una spaventosa caricatura. Forse essa è stata disegnata con sincera convinzione. Forse i singoli tratti imitano modelli viventi. Ma, l’umanità ebraica è il prodotto necessario del «sangue ebraico» tout court? I grandi capitalisti, la letteratura saccente, le menti irrequiete che hanno ricoperto ruoli di primo piano nei movimenti rivoluzionari degli ultimi decenni sono gli unici o anche soltanto i più autentici rappresentanti dell’ebraismo? In tutti gli strati del popolo tedesco si trovano persone che lo negano: essi sono entrati in contatto con le famiglie ebree come impiegati, vicini di casa, compagni di scuola e di università, e vi hanno trovato bontà d’animo, comprensione, calorosa partecipazione e solidarietà; e il senso di giustizia presente in loro è indignato dal fatto che queste persone vengano ora condannate a un’esistenza da paria. Molti altri, però, non hanno fatto queste esperienze. Tale opportunità è negata soprattutto ai giovani, che oggi vengono educati nell’odio razziale fin dalla primissima infanzia. Nei loro confronti, noi, che siamo cresciuti nell’ebraismo, abbiamo il dovere di rendere testimonianza[23].

L’educazione è talmente importante nella battaglia per la libertà, che la Stein, già l’11 giugno 1933 scrive ad una suora:

Non è possibile pensare di rispondere verbalmente alla Sua domanda. Solo poco tempo fa ho scritto a suor Agnella riguardo a preoccupazioni dello stesso genere, ritengo però che sia dovere di un educatore trascorrere questo periodo con le fanciulle. Fa parte di questo dovere che si tenti di esprimere un giudizio, misurare i nostri termini di paragone, e in questo senso parlarne alle allieve. Il messaggio di Pentecoste dei vescovi[24] ora può rappresentare per Lei un buon punto di partenza. Una orsolina di Fritzlar mi ha raccontato di recente che tra le sue allieve si era andata affermando la partecipazione alla Lega dei crociati.

[…] Credo che adesso più che mai un compito più grande spetti alle Associazioni giovanili cattoliche, però io mi aspetto poco da un’organizzazione che parta dall’alto, l’impegno maggiore deve venire dalla gioventù stessa. Perciò forse è bene prestare attenzione innanzitutto a quei giovani che guardano già con entusiasmo ad un obiettivo, e incoraggiarli a ritenersi capaci proprio per questo di raggiungere la maggior parte delle altre mete possibili[25].

La Stein ha dedicato gran parte della sua esistenza all’opera educativa e ha compiuto un grande sforzo intellettuale, in particolare negli anni che la videro impegnata nell’attività di conferenziera sino alla sua permanenza all’Istituto di Pedagogia di Münster, per chiarire i fondamenti antropologici del proprio lavoro. Proprio gli anni in cui il popolo tedesco vive il suo grande travaglio storico-politico nel passaggio dalla monarchia alla democrazia, sono quelli che vedono Edith Stein maggiormente impegnata nello sforzo di trovare e indicare, a quanti hanno parte alla sua esistenza, una visione dell’essere umano che sia il più possibile fedele alla sua realtà. Questo impegno, iniziato con una ricerca di tipo personale nei primi anni di studio e che si presenta come soddisfazione della necessità di un chiarimento del proprio lavoro negli anni di maggior attività pubblica, si concluderà, negli ultimi anni trascorsi all’interno del Carmelo, con uno scavo interiore condotto nella forma di un dialogo con l’Essere eterno da cui l’essere umano trae origine. Lo sforzo intellettuale personale e la capacità di discernimento rispetto a quello che la Rivelazione e la Tradizione cristiana possono suggerire, contribuiscono a restituirci una visione dell’essere umano quanto mai fedele alla sua realtà e importante per la storia dell’antropologia filosofica.

 

c. Educazione, Chiesa, Nazismo

L’affronto del tema dell’educazione ci ha condotto già ad un’altra questione importante per quel che riguarda la posizione di Edith Stein nei confronti del Nazismo. Una questione che più di altre è stata oggetto di incomprensioni ed errori dovuti a studi storici compromessi da pregiudizi ideologici e, in questi ultimi anni, di ricerche che ne hanno messo in luce aspetti nuovi. Si tratta della posizione assunta dalla Chiesa nei confronti del Nazismo. Già dalle lettere precedentemente citate possiamo intuire che quando la Stein parla di educazione si riferisce senz’altro a quella che ha di mira lo sviluppo globale della persona. E questo è possibile, come abbiamo già mostrato, solo a partire dalla visione dell’essere umano suggerita dalla Rivelazione cristiana nella sua confessione cattolica. Ecco perché parlare dell’educazione, per la Stein, vuol dire, nel momento storico particolare da lei vissuto, riferire della responsabilità della Chiesa, nelle sue realtà, di adempiere al compito di fornire ai giovani gli strumenti culturali per combattere l’ideologia nazista. La battaglia deve essere combattuta, sul piano personale, da ognuno. La comunità non può sostituirsi alla libertà personale della singola persona. Nessuno può, al posto di un altro, decidere per il suo bene. Qualcuno potrebbe compiere delle scelte che permettano di salvare la vita di altre persone mettendo a rischio la propria, ma può farlo solo facendo uso della sua singolarissima libertà e nella più completa gratuità. La Stein ricorda, in uno scritto degli anni trenta, che l’atto più libero della persona è il dono totale di sé. Un dono che si profila come atto di abbandono totale alla volontà divina che sola conosce il destino vero della storia. E, tuttavia, il ruolo della comunità che, in questo caso, diviene educante, è tutt’altro che indifferente. Essa può, da un lato fornire gli strumenti culturali che permettano di dare un giudizio vero sulla realtà, dall’altro essere di aiuto nella battaglia personale che ognuno deve ingaggiare e sostenere con la menzogna che, prima di tutto, alberga nel proprio cuore e, poi, nel mondo nel quale si vive. Non è possibile, in questa sede, dar conto delle stupende analisi che la Stein svolge sul ruolo assunto dalla comunità nell’educazione. Possiamo solo mettere in risalto la profonda responsabilità educativa che ella stessa vive nei confronti di quanti hanno avuto modo di incontrarla lungo l’intero arco della sua vita, una responsabilità che traeva origine dal riconoscimento dei preziosi doni che la Grazia di Dio le aveva concesso per il bene proprio e dell’umanità intera. Questa profonda consapevolezza spiega l’ardire della lettera scritta al Papa, così come la richiesta a Dio di prendere la sua vita per la salvezza del suo popolo. Il 26 Marzo del 1939, dopo essere stata per circa sei anni nel Carmelo di Colonia, scrive questo atto di consacrazione:

Cara Madre, la prego, mi consenta Vostra Reverenza di offrirmi al Cuore di Gesù come vittima di espiazione per la vera pace: che la potenza dell’Anticristo, se possibile, crolli senza che scoppi una nuova guerra mondiale e che un nuovo ordine si possa costruire. Vorrei farlo oggi perché è la dodicesima ora. So che sono un nulla, ma Gesù lo vuole, ed Egli certamente in questi giorni chiamerà molti altri a fare lo stesso[26].

E ancora in un testamento redatto il 9 Giugno del 1939:

Già da ora accolgo la morte che Dio mi ha riservato, sottomettendomi pienamente con gioia alla Sua santissima volontà. Prego il Signore che voglia accogliere la mia vita e la mia morte a Suo onore e gloria, per tutte le intenzioni dei Santissimi Cuori di Gesù e Maria e della Santa Chiesa; in particolare per la conservazione, la santificazione e il perfezionamento del nostro santo ordine, soprattutto del Carmelo di Colonia e di Echt, in espiazione dell’incredulità del popolo ebreo e perché il Signore venga accolto dai suoi e venga il Suo regno nella Gloria, per la salvezza della Germania e la pace nel mondo, infine per i miei familiari viventi e morti e tutti quelli che Dio mi ha donato: che nessuno di loro vada perduto[27].

In un momento in cui nulla sembra fermare la potenza e la ferocia di quello che ella chiama Anticristo, non viene meno il desiderio di donare la propria vita affinché la salvezza possa avvenire. Non conosciamo il modo misterioso in cui questo accade, ma guardando la realtà e la storia con lo sguardo fiducioso donato dalla fede, possiamo essere certi che Dio non disdegna mai l’offerta di una sua creatura, ancor più quando essa gli è cara, ed essere ugualmente certi che, attraverso di essa, Egli opera la salvezza di tanti. La Stein sembra non aver mai dubitato di questo neanche nel momento in cui viene catturata, insieme alla sorella Rosa, nel monastero di Echt, in Olanda, in cui si era rifugiata per sfuggire all’avanzare sempre più scellerato del piano di annientamento del popolo ebreo.

Quest’ultima annotazione ci permette di chiudere il presente contributo tornando, seppur brevemente, alla questione della posizione della Chiesa nei confronti della persecuzione degli ebrei operata dal Nazismo.

I pontefici che hanno avuto a che fare con il Nazismo sono stati due: Pio XI e Pio XII. Il primo, uomo colto e di grande finezza intellettuale[28], guida la Chiesa negli anni in cui nasce l’ideologia nazista e in quelli che vedono l’attuazione dei primi provvedimenti contro il popolo ebreo. Egli acconsentirà, dietro suggerimento dei vescovi tedeschi, a portare avanti e a concludere nel luglio del 1933 un concordato con il governo tedesco, come già aveva fatto con quello Fascista nel 1929, nella speranza di permettere alla Chiesa di conservare la libertà di educare, attraverso le istituzioni e le scuole cattoliche presenti sul territorio, e di poter permettere ai cristiani di professare, senza restrizioni, la propria fede. Nel Marzo del 1937 firmerà l’enciclica Mit brennender Sorge che, stampata clandestinamente in Germania, sarà letta in due parti, nelle chiese, per due domeniche di seguito. In essa troviamo, nella prima parte, una denuncia delle violazioni del Concordato da parte del governo tedesco e, nella seconda, una condanna degli errori dell’ideologia nazista e una riaffermazione della corretta dottrina cattolica. L’enciclica giungeva a conclusione di un’intensa opera di resistenza nei confronti dell’ideologia nazista di cui erano stati protagonisti, oltre al papa, i vescovi tedeschi che mai smisero, incuranti delle ripetute e serie minacce da parte degli uomini del regime, di richiamare le verità che provenivano dalla sana dottrina cattolica. Chi volesse comprendere la posizione della Chiesa nei confronti del Nazismo, non può fare a meno di richiamare alla memoria i continui pronunciamenti della Conferenza Episcopale Tedesca che venivano concordati nelle annuali riunioni di Fulda[29] e, soprattutto, l’opera magisteriale del vescovo di Münster von Galen[30] e dei cardinali Bertram di Breslavia e Faulhaber[31] di Monaco.

In essa, così come nel magistero pontificio e nell’azione diplomatica vaticana, emerge chiaramente che la preoccupazione della Chiesa riguarda innanzitutto la possibilità di poter educare i cristiani alla vera dottrina. La propaganda Nazista infatti aveva messo in pericolo la trasmissione autentica del Vangelo. Opere scritte da uomini di regime[32] miravano a confondere le coscienze dei cristiani, in particolar modo dei più giovani e a presentare l’ideologia nazista stessa come una nuova forma di religione. La Stein ha presente questo pericolo quando, nell’aprile del 1933, scrive a Pio XI:

La guerra contro il Cattolicesimo si svolge in sordina e con sistemi meno brutali che contro il Giudaismo, ma non meno sistematicamente. Non passerà molto tempo perché nessun cattolico possa più avere un impiego a meno che non si sottometta senza condizioni al nuovo corso[33].

È una guerra condotta sul piano dottrinale, ma anche e, soprattutto, sul piano dei provvedimenti miranti a sciogliere le associazioni di insegnanti e far chiudere le scuole e gli istituti cattolici. Di essa abbiamo testimonianza in una lettera che Edith scrive il 4 agosto del 1933 al figlio della sorella:

Evidentemente non sei al corrente che anche i cattolici sono sottoposti ad una forte pressione [il nipote, naturalmente, era ebreo. (ndr)]. Il mio Istituto ha lottato tutta l’estate per continuare ad esistere. Tutti coloro che svolgevano una qualsiasi attività al suo interno desideravano e speravano che io potessi riprendere le mie lezioni, una volta passata la prima agitazione[34].

E ancora il 18 settembre del 1933:

[…] Naturalmente ho pensato più spesso all’Istituto da quando so che l’Associazione degli insegnanti è sciolta, e probabilmente l’Associazione delle insegnanti seguirà presto la stessa sorte. Questo vorrà dire che non ci sarà più un semestre estivo a Münster?[35]

Ancora, nel Dicembre del 1938, ricordando gli eventi che determinarono il suo allontanamento dall’Istituto, racconta:

Durante il viaggio per Münster lessi un articolo di giornale su di un grande convegno nazionalsocialista di insegnanti, al quale avevano dovuto partecipare anche le associazioni confessionali. Mi fu chiaro che nelle istituzioni educative si sarebbe tollerata meno che altrove un’influenza contraria all’orientamento dominante. L’Istituto presso il quale lavoravo era assolutamente cattolico, fondato e sostenuto dall’Associazione degli insegnanti e delle insegnanti cattoliche. Era chiaro, quindi, che aveva i giorni contati. A ragione, allora, dovevo fare i conti con la fine della mia breve carriera di docente. Il 19 aprile giunsi a Münster e il giorno seguente mi recai all’Istituto. Il Direttore era in viaggio per una vacanza in Grecia. Il segretario, un insegnante cattolico, mi condusse nel suo studio e si sfogò. Da settimane era costretto a condurre trattative stressanti ed era completamente sfinito. “Immagini, signorina, che qualcuno è già venuto a dirmi: «La dottoressa Stein non continuerà mica a tenere le sue lezioni?»”. Sarebbe stato forse meglio se per quell’estate avessi rinunciato a dare lezione e avessi lavorato in maniera riservata al Marianum. Fino all’autunno la situazione si sarebbe forse chiarita, l’Istituto sarebbe stato probabilmente rilevato dalla Chiesa e nulla più si sarebbe opposto alla mia collaborazione[36].

Come si può notare, il tentativo di arginare, attraverso il Concordato, il susseguirsi, da parte del governo tedesco, di azioni miranti ad eliminare anche la resistenza cattolica, mostra la sua fragilità. La determinazione con la quale Hitler e il suo apparato burocratico di governo portano avanti il piano di eliminazione di ogni tipo di opposizione sembra non avere ostacoli.

Già negli anni immediatamente seguenti alla nomina di Hitler a cancelliere del Reich, il lager di Dachau aveva tra i suoi internati migliaia di sacerdoti cattolici e, dopo l’occupazione della Polonia e la sua trasformazione in governatorato del Reich tedesco, il loro numero aumentò a dismisura.

Questa crescente risolutezza nell’eliminare i nemici, di qualsiasi natura fossero, motiva anche, l’apparente, cambiamento di atteggiamento da parte della Chiesa e della diplomazia vaticana nei confronti di Hitler[37].

Il 10 febbraio del 1939 Pio XI muore e gli succede il cardinale Pacelli che assumerà il nome di Pio II. Il Conclave che lo elegge sarà estremamente breve a motivo della situazione particolarissima nella quale il mondo si trova. Scrive Traniello:

Il momento in cui Pio XII assumeva la successione di Pio XI, a sei mesi dalla conferenza di Monaco, corrispondeva dunque per la Santa Sede a un’accresciuta percezione che la presenza del Terzo Reich, con la sua politica totalitaria e imperialista, sconvolgeva, in tutto lo scacchiere europeo, le linee privilegiate da Roma nel periodo postbellico, intaccava un quadro generale fino allora ritenuto favorevole alla Chiesa, introduceva gli elementi ci una Weltanschuung radicale orientata nel senso del neopaganesimo, dello statalismo nazionalistico e del razzismo naturalistico, che toccava alcuni gangli vitali della religione cattolica e nondimeno esercitava la forza di attrazione propria di una nuova religione secolare di massa[38].

Egli cercò inutilmente di evitare con ogni sforzo la guerra e, a guerra iniziata, di fare quanto era possibile sia sul piano degli interventi magisteriali, sia su quello della azione pratica, volta a istituire organismi che si occupassero di quanti soffrivano, per difendere i diritti della persona e dei popoli. Non è possibile, in questa sede, dar conto delle iniziative intraprese a difesa delle famiglie di soldati che avevano bisogno di informazioni, dei rifugiati e prigionieri politici di ogni genere e, sebbene da qualche storico illuminato ciò venga ancora negato, anche a favore degli ebrei. Le difficoltà nella comprensione di questa grande azione di difesa sono da addebitare innanzitutto alla ignoranza dei fatti, ignoranza non scusabile vista la gran mole di documenti e di testimonianze a disposizione, e a pregiudizi ideologici. Lungi da noi l’idea di voler difendere un operato che non ha bisogno di difesa[39]; vogliamo solo sottolineare il fatto che Pio XII ha dovuto condurre la nave della Chiesa in mezzo alla tempesta della seconda guerra mondiale e dell’inasprirsi, sino alla soluzione finale, della persecuzione del regime nazista contro gli ebrei. Egli l’ha fatto cercando di evitare, quanto più possibile, il precipitare degli eventi sebbene, come abbiamo più volte sottolineato, vi sia riuscito solo in parte a causa della scelleratezza di quanti, ignorando il benché minimo diritto naturale dell’essere umano, lo abbiano trasformato in Stucke (pezzi) da eliminare o insetto da cui essere disinfestati. Lo ha fatto ascoltando la voce dei suoi confratelli nei paesi occupati, evitando, così, iniziative che avrebbero potuto arrecare maggior danno. Ha usato come arma il silenzio! Un silenzio che gli permettesse di operare per la salvezza dei tanti che entravano nel raggio della sua azione.

Chiudiamo questo contributo con un ultimo cenno ad un fatto accaduto in Olanda nel 1942. Lo sentiamo raccontare da padre Pierre Blet, il gesuita che per lunghi anni ha lavorato, insieme ad altri, negli Archivi segreti del Vaticano, alla pubblicazione dell’opera riguardante i documenti della Santa Sede nel periodo della seconda guerra mondiale:

Il 9 ottobre 1942 monsignor Giobbe, internunzio nei Paesi Bassi, costretto a ritirarsi a Roma, portò a conoscenza del cardinale Maglione due documenti ricevuti dall’Olanda a proposito della deportazione. Il primo era la lettera pastorale collettiva del 20 Luglio, con la quale i vescovi informavano i fedeli di una protesta inviata insieme, da cattolici e protestanti, alle autorità germaniche: «la richiesta mira soprattutto ad impedire la deportazione in massa dei non-ariani, come si è fatto e si sta facendo perfino con donne e fanciulli». L’altro documento era la lettera scritta dall’arcivescovo di Utrecht, de Jong, al Commissario del Reich Seyss-Inquart, perché «mentre in un primo tempo era stato concesso ai cittadini non-ariani di religione cristiana che non sarebbero soggetti alle disposizioni date nei riguardi dei non-ariani in genere (argomento della lettera di cui sopra), tale concessione era stata revocata nei riguardi dei cattolici non-ariani. Il pretesto per questa misura ostile ai cattolici è per avere pubblicato nella Pastorale del 20 Luglio, su accennata, il testo del reclamo inviato dai Capi delle confessioni cristiane al Commissario del Reich»[40].

Di questa azione di rappresaglia, conseguente ad una presa di posizione dei vescovi olandesi nei confronti del Nazismo, fecero le spese anche Edith Stein e sua sorella Rosa che, il 2 Agosto del 1942, furono prelevate dal monastero di Echt, per essere deportate e uccise ad Auschwitz-Birkenau probabilmente il 9 di quello stesso mese.

 

Note

  1. Chenaux P. e Ales Bello A. (a cura di), Edith Stein e il nazismo, ed. Città Nuova, Roma 2005. Esso riporta gli interventi di una giornata di studi tenutasi alla Pontificia Università Lateranense in occasione della pubblicazione della lettera che la Stein scrisse a Pio XI.
  2. Faremo riferimento a quanto ella racconta in alcune lettere inviate a varie persone e a ciò che viene riportato in due testi autobiografici, ora raccolti nel primo volume delle Gesamtausgabe, vale a dire, Aus dem Leben einer jüdischen Familie e Wie ich in den kölner Karmel kam.
  3. Così lo definisce Hilberg in uno degli studi più importanti e documentati della Shoa.
  4. HILBERG R., The Destruction of the European Jews, Holmes & Meier Publishers, New York – London 1985. tr. It. di F. Sessi e G. Guastalla, La distruzione degli Ebrei d’Europa, Einaudi, Torino 1999, p. 61.
  5. Per la storia delle reazioni, anche al di fuori dello stato tedesco, a questo decreto cfr. il testo di Hilberg citato.
  6. Non possiamo negare l’importanza di un giudizio chiaro nei riguardi di questa questione anche per quel che riguarda le azioni di quelli che hanno vinto la guerra. I morti civili provocati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e quelli provocati dalle cosiddette operazioni chirurgiche di tutte le guerre delle XX secolo, pongono in maniera chiara la domanda sulla responsabilità di quanti operano oltre che di coloro che impongono ordini.
  7. STEIN E., Selbstbildnis in Briefen I, a cura di Maria Amata Neyer OCD, Herder, Freiburg 2000, tr. it. Teresa Galiani, in corso di stampa presso Città Nuova Editrice, lett. 250.
  8. HILBERG R., Op. cit., p. 96.
  9. Per poter licenziare i loro dipendenti ebrei, alcune imprese tedesche, fecero appello a delle clausole del contratto secondo le quali si poteva licenziare unicamente in caso di malattia, di morte o di realtà che impedissero al dipendente di lavorare. I tribunali accolsero queste istanze in maniera inappellabile dando avvio, così, a quella visione secondo la quale l’appartenenza alla razza equivaleva ad una malattia o alla morte.
  10. Gli ebrei svolgevano il loro lavoro in maniera impeccabile e, il più delle volte, erano difficilmente sostituibili.
  11. Importanti sono le vicende che riguardano le famiglie Rothschild, Weinmann e Petschek che difesero, fino alla fine, i loro imperi economici mettendo a dura prova le capacità degli esperti in economia del regime.
  12. STEIN E., Selbstbildnis in Briefen I, a cura di Maria Amata Neyer OCD, Herder, Freiburg 2000, tr. it. Teresa Galiani, in corso di stampa presso Città Nuova Editrice, lett. 255.
  13. STEIN E., Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, p. 2. Non citiamo la traduzione italiana in quanto è in corso di stampa una sua revisione condotta dal sottoscritto.
  14. Citata, con una lieve modifica alla traduzione, da Chenaux P. e Ales Bello A. (a cura di), Edith Stein e il nazismo, ed. Città Nuova, Roma 2005, p. 104.
  15. Questo è il termine usato all’or quando il 20 Gennaio 1942, nella conferenza di Wannsee, si decise di attuare la soluzione finale.
  16. ARENDT H., tr. it. di A. Guadagnin, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano 1997, p. 612
  17. Idem, p. 629
  18. Tra le righe possiamo scorgere il sentimento di sconcerto, ma anche di lucida consapevolezza, per la sorte di persone conosciute personalmente.
  19. STEIN E., Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, p. 54. Questo giudizio sembra essere condiviso anche da Shakespeare, allor quando, ne Il mercante di Venezia fa dire all’ebreo Shylock: «Ma sì, toglietemi la vita e tutto, / non fatemene grazia, a questo punto! / Mi togliete la casa, / se togliete il sostegno che la regge; / mi togliete la vita, / se mi togliete i mezzi su cui vivo».
  20. STEIN E., Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, p. 53.
  21. Questo atteggiamento di docilità e di ascolto di quello che le suggeriva la realtà è uno degli aspetti più interessanti dell’esistenza e dell’opera di Edith Stein. In esso rinveniamo anche uno dei tratti della sua santità.
  22. STEIN E., Selbstbildnis in Briefen I, a cura di Maria Amata Neyer OCD, Herder, Freiburg 2000, tr. it. Teresa Galiani, in corso di stampa presso Città Nuova Editrice, lett. 256.
  23. STEIN E., Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, p. 3.
  24. La Conferenza Episcopale di Fulda il 30 maggio 1933 aveva deciso la pubblicazione di una lettera pastorale collettiva. L’Arcivescovo Konrad Gröber di Friburgo ricevette l’incarico della stesura del testo definitivo. La lettera pastorale è datata 3 giugno 1933, vigilia della festa di Pentecoste. Nello Anzeiger für die Kölner Geistlichkeit (Gazzettino per il clero di Colonia) N° 15 del 9 giugno 1933 è annotato: “Colonia, 7 giugno 1933. La lettera pastorale precedente deve essere letta dal pulpito divisa in due parti, e precisamente la domenica della SS. Trinità (11 giugno) e la seconda domenica dopo Pentecoste (18 giugno). Cardinale Karl Joseph Schulte, arcivescovo di Colonia”. Nella diocesi di Münster la lettera sarà stata resa nota allo stesso modo. (La nota è di sr. Amata Neyer ed è inserita nel testo tedesco).
  25. STEIN E., Selbstbildnis in Briefen I, a cura di Maria Amata Neyer OCD, Herder, Freiburg 2000, tr. it. Teresa Galiani, in corso di stampa presso Città Nuova Editrice, lett. 260.
  26. STEIN E., Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, p. 366.
  27. STEIN E., Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, p. 36
  28. Si veda il breve profilo biografico in JEDIN H., Handbuch der Kirchengeschichte. Die Weltkirche im 20 Jahrhundert, vol X/1, Herder Verlag, Freiburg im Br. 1970, tr. It. di M. Limiroli e E. Ramaiola, Storia della Chiesa. La Chiesa nel ventesimo secolo, Jaca Book, Milano 1980, pp. 26-32.
  29. È a quella del 1933 che si riferisce la Stein nella lettera citata precedentemente.
  30. Cfr. ESPOSITO R., Graf Von Galen. Un vescovo indesiderabile – Le grandi prediche di sfida al nazismo, Ed. Messaggero, Padova 1985; MATTIOLI V., Il Leone di Münster, Palestra del Clero, 15 Novembre 1986, pp. 1385-1396 e 1 Dicembre 1986, pp. 1453-1464.
  31. FAULHABER, Giudaismo-Cristianesimo-Germanesimo, a cura di Ricciotti, Morcelliana, Brescia 1934. Il libro raccoglie le prediche del Cardinale nelle quali egli chiariva il rapporto fra Giudaismo e il Cristianesimo e individuava gli errori del Nazismo.
  32. Ci riferiamo, per esempio, a opere come Il mito del Ventesimo secolo di Alfred Rosenberg.
  33. Chenaux P. e Ales Bello A. (a cura di), Edith Stein e il nazismo, ed. Città Nuova, Roma 2005, p. 105
  34. STEIN E., Selbstbildnis in Briefen I, a cura di Maria Amata Neyer OCD, Herder, Freiburg 2000, tr. it. Teresa Galiani, in corso di stampa presso Città Nuova Editrice, lett. 270.
  35. STEIN E., Selbstbildnis in Briefen I, a cura di Maria Amata Neyer OCD, Herder, Freiburg 2000, tr. it. Teresa Galiani, in corso di stampa presso Città Nuova Editrice, lett. 282.
  36. STEIN E., Aus dem Leben einer jüdischen familie, ESGA, 1, Herder, Freiburg, 2002, p. 346.
  37. Abbiamo detto apparente perché molti storici, soprattutto, di formazione laicista, tendono a sottolineare le differenze tra i due pontificati e, più di ogni altra cosa, a denigrare l’azione di Pio XII nei confronti degli ebrei.
  38. TRANIELLO F., Il pontificato di Pio XII, in AAVV., Storia della Chiesa. I cattolici nel mondo contemporaneo, Vol. XXIII, Edizioni Paoline, Roma 1992, p. 72.
  39. Anche perché storici di notevole levatura hanno messo a nostra disposizione una rilevante documentazione storica, soprattutto, a partire da quella presente negli Archivi Segreti del Vaticano, raccolti nella poderosa opera Actes et documentes du Saint Siège relatif à la seconde guerre mondiale.
  40. BLET P., Pie XII et la Seconde Guerre mondiale d’après les archives du Vatican, Librairie Acadèmique Perrin, 1997, tr. it. di Emilia Paola Pacelli e Rita Di Castro, Pio XII e la seconda guerra mondiale negli archivi vaticani, Ed. San Paolo, Milano 1999, p. 197.