La gioia

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Stupito e ammutolito di fronte alla bellezza e verità di questi versi! Parole che descrivono la carne e il sangue di un dolore per il continuo debordare della grandezza cui siamo chiamati e l’attesa del compimento di una promessa che non può essere tradita.

Scena 11, Giobbe solo
O Gioia, tu sai bene che se soffro tanto,
È a causa tua,
Perché non ti ho rinnegata.
O Gioia, tu sai bene che se grido così forte,
È a causa tua,
Perché sento ancora la tua chiamata.
E tu sai bene, o Gioia, che se mi rivolto davanti
all’orrore,
È a causa tua,
Perché non ho dimenticato il tuo sorriso.
Senza la tua vicinanza, il male mi sembrerebbe normale
e la morte non sarebbe amara.
Ma tu, la tua assenza mi accompagna ovunque,
sei qui,
Tu, il cui silenzio si eleva sopra le loro voci, sei qui,
Sposa bruscamente rapita ai miei occhi ma dipinta
Sotto le mie palpebre,
Piccola figlia scomparsa, e ogni cosa diviene il velo
che la ricorda e che la nasconde!
O Gioia, mio pungolo forante, mia passione gelosa,
mia amante che sgozza tutte le mie soddisfazioni
come altrettante concubine false e degradanti,
È necessario che tu non sia in me perché io mi accorga
di essere un recipiente interamente svuotato dal tuo straripamento?
È necessario che tu non sia in me come in un barile
Perché io mi tuffi in te come nel mare immenso?
È necessario che tu non ti rinchiuda in me come in una tana
perché io parta alla tua ricerca come verso un Regno?
Io non ti ho, ma tu mi circondi stringendomi.
Tu che mi sfuggi, sei proprio tu la sola che potrebbe guarirmi,
E siccome sto in agguato, pronto ad accoglierti,
attento al minimo refolo che annunci la tua venuta,
Tu m’impedisci di chiudermi nella mia corazza
E la mia testa è questa conchiglia fratturata
E la mia lingua è questa lumaca grottesca,
Che lascia con le sue parole più bava che sapere,
E tu non vieni a ridurre la frattura, no,
tu l’ingrandisci, tu l’allarghi ancora perché vi entri il mondo,
Ah! Venite amici miei, moglie mia,
Elifaz, Bildad, Zophar, Elihu
e quelle giovani passate di cui ignoro il nome,
C’è spazio, oggi, tanto spazio,
Perché vi odio per le ingiurie che mi avete fatte,
Ma vi amo perché ora la mia ferita è grande abbastanza
per accogliervi tutti!
O Gioia, mi hai difeso contro una felicità d’acqua
stagnante in un flacone d’avorio
E mi esponi a questa apertura come un fiume che si
riempie per donarsi…
E forse non sei la gioia di Giobbe per meglio essere
quella di Giobbe con tutti,
E può darsi che tu non sia solamente la Gioia dei felici
per diventare anche la Gioia degli abbattuti e degli ottusi,
Gioia dei falliti e dei pesanti,
Gioia dei disperati e dei guastafeste,
Qui e ora,
In piedi, sull’orlo del precipizio, ancora
In questo momento di oscillazione spaventosa,
In questa enorme nausea sull’altalena del terrore,
O Gioia,
Ti attendo.

 

Fabrice Hadjadj, Giobbe o la tortura degli amici