11 – Recensione a Angela Ales Bello: Edith Stein o dell’armonia

Edith Stein o dell'armonia
2009 – Recensione a Angela Ales Bello, Edith Stein o dell’armonia. Esistenza, pensiero, fede, Edizioni Studium, Roma 2009.

 

La pubblicazione del libro di Angela Ales Bello Edith Stein o dell’armonia ci permette di affrontare una tematica che negli anni del primo dopoguerra troverà notevole spazio, in particolar modo, nell’ambiente degli intellettuali cattolici tedeschi che per formazione provengono largamente dallo studio della Fenomenologia.
Questo che non è semplicemente un dato storico, ci pone dinanzi al fatto che le ferite lasciate aperte dalla guerra rendevano necessaria una chiave di lettura della realtà e, soprattutto, dell’esistenza umana che riuscisse a rendere ragione delle profonde contraddizioni da cui possono scaturire il male e la guerra, ma al tempo stesso, la speranza di una possibile ricostruzione e di una vittoria definitiva del bene sul male.
La visione di un mondo nel quale si stava realizzando un progresso magnifico e invincibile viene messa profondamente in crisi dalla notevole quantità di vittime della guerra. Viene meno anche l’idea che la storia e, similmente, l’esistenza umana siano segnate da una positività assoluta dovuta al realizzarsi di un destino necessario e inevitabile.
Autori come Pryzwara, il gesuita che introdurrà Edith Stein alla lettura di San Tommaso, e Guardini, tornano a confrontarsi con il paradigma interpretativo rappresentato dalla dialettica hegeliana e la ridiscutono, anche se da due punti di vista diversi, mostrando la possibilità di guardare al rapporto fra unità e molteplicità nei termini di una analogia entis e di guardare in maniera nuova il tema della contraddizione nei termini di una opposizione polare.
Abbiamo così l’affronto di due temi fondamentali per il pensiero filosofico occidentale: quello della convivenza della singolarità con la pluralità e quello della coesistenza della semplicità con la complessità.
L’analogia entis permette di pensare l’unità dell’essere e della realtà senza il bisogno di negare la molteplicità dei modi e degli esseri nella quale essa si realizza. Questa sarà la lezione di cui farà tesoro Edith Stein nella esposizione della sua ontologia.
L’opposizione polare è il tentativo di mostrare come gli opposti possono convivere senza il bisogno di negarsi reciprocamente o superarsi. La polarità costituita dagli opposti che non è la contraddittorietà nella quale uno dei termini annulla l’altro, può essere intesa come una chiave per rendere ragione della simultanea presenza di realtà non univoche nel loro significato.
Queste due necessità, l’unità che non nega la molteplicità e la semplicità che non elimina la complessità, trovano la loro espressione nel concetto di armonia.
Nel 1972 von Balthasar pubblica un’opera dal titolo La verità è sinfonica in cui troviamo questa splendida definizione: «Sinfonia vuol dire accordo. Un suono. Diversi strumenti suonano. Diversi strumenti suonano insieme. Una tromba basso non è un violoncello; un violoncello non è un fagotto. Il contrasto fra gli strumenti deve essere il più netto possibile, in modo che ciascuno mantenga il suo timbro inconfondibile. Il compositore deve scrivere la parte in modo che il timbro di ogni strumento raggiunga il suo massimo effetto. […]»[1].
Una sinfonia che ha alla base l’esistenza di una armonia di suoni che possono essere messi insieme, si presenta come l’immagine analogica di una realtà nella quale rinveniamo una pluralità di esseri, ognuno diverso dall’altro, che trovano la loro realizzazione nello svolgere il compito precipuo che è stato affidato ad ognuno. Nell’armonia esiste, però, anche il contrappunto nel quale uno strumento gioca ad andare in opposizione ad un altro.
La Stein, come mostra il libro, ha attraversato le tre polarità rappresentate dallo spirito-materia, dall’uomo-donna e dall’individuo-comunità senza il bisogno di una semplificazione.
Hegel aveva eliminato la materialità, le scienze di stampo positivistico avevano eliminato la spiritualità. Ella mostra come un’analisi seria e rigorosa debba tener conto di tutti gli elementi presenti nella realtà senza negare la complessità che li tiene insieme.
L’uomo e la donna sono esseri umani che hanno elementi naturali e caratteriali opposti. Le forze che guidano il loro agire sono spesso di segno opposto. Eppure l’uno non può vivere a scapito dell’altra o viceversa.
La Stein mostra, poi, come per l’essere umano sia costitutivo il far parte di una comunità, ma al tempo stesso, rivendica l’intangibilità dell’individualità. La singolarità dell’essere umano, però, non elimina il suo essere strutturalmente aperto all’altro. Siamo innanzi alla presenza di una polarità nella quale entrambi i termini coesistono senza negarsi. Anzi è la loro esistenza che costituisce la complessità ultima del suo essere.
L’esistenza è complessa e non può essere ridotta ad uno o anche a tanti dei suoi aspetti. Questi aspetti devono trovare la loro unità in un elemento che li oltrepassa e che si pone come loro fondamento.
Cosa permette questa unità degli opposti, cosa può far permanere il valore della singolarità con quello della pluralità?
È quello che in questi ultimi tempi io indico con il termine amore.
È l’amore trinitario di cui parla la Stein nell’ultima parte di Essere finito e essere Eterno. In questo ultimo lavoro filosofico ella individua nel rapporto fra le persone che costituiscono la Trinità il fondamento e il fine ultimo dell’essere umano. Nella Trinità vi è l’unità fra una singolarità di natura e una pluralità di persone, vi è la coesistenza fra una natura semplice e una personalità complessa. Ecco perché essa diviene analogia di un rapporto armonico nel quale vi è una distinzione, ma anche un accordo perfetto. L’amore, che è la natura stessa dell’essere trinitario di Dio, permette di vivere fino in fondo le polarità sopra indicate senza la necessità di negare la loro esistenza.
L’immagine che meglio comunica quello che la Stein ha tentato di esprimere nell’ultima sua opera è quella posta dalla Meszaros alla fine del suo film La settima stanza. In essa vediamo la Stein nella camera a gas del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, ormai nuda, in braccio alla madre, nella stessa posizione in cui Michelangelo pone il corpo di Cristo nelle braccia della madre nella sua Pietà.
Questo abbandono è l’immagine dell’amore nel quale vediamo la madre accogliere, nella sua diversità, l’esistenza della figlia da lei così pesantemente osteggiata e rifiutata nel momento in cui ella si converte ad una religione diversa dalla sua. Nel saggio su San Giovanni della Croce, poi, Edith mostra come il fine della vita umana sia l’incontro con l’Amato, Colui che, come un direttore di orchestra con la sua bacchetta, fa emergere l’unicità di tutti gli strumenti che suonano l’unica sinfonia dell’esistenza.

 

Note

  1. H. U. von Balthasar, Die Wahrheit ist symphonisch, Johannes Verlag, Einsiedeln, 1972, tr. it. R. Rota Graziosi, La verità è sinfonica, Jaca Book, Milano 1974, p. 13