12 – Introduzione a Anna Maria Pezzella, Lineamenti di filosofia dell’educazione. Per una prospettiva fenomenologica dell’evento educativo

Lineamenti filosofia dell'educazione
2008 – Anna Maria Pezzella, Lineamenti di filosofia dell’educazione. Per una prospettiva fenomenologica dell’evento educativo, Lateran University Press, Roma 2008.

Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
(G. Leopardi – Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia)

 

Una gelida mattina d’inverno. Il sole sta per inondare la terra con la sua luce e la luna sembra salutarla con l’aria di chi ha vegliato l’intera notte su quanto è accaduto e ne conserva il segreto nel cuore.
Guardo l’orizzonte, appena illuminato, che mostra le nubi di colore arancione e vado a scuola con gli occhi pieni di quanto ho appena visto.
Entro in classe e mi trovo di fronte i volti assonnati dei ragazzi a cui è sfuggita la meraviglia dello spettacolo cui ho assistito. Mi faccio forza, per non rimanere deluso dalla loro mancanza di sensibilità, e comincio a leggere i versi del Canto notturno di un pastore dell’Asia nei quali Leopardi, immaginandosi nei panni di un pastore asiatico che, di notte, vaga solitario nel deserto, pone alla luna, sua interlocutrice, la domanda sul senso del suo vagare e, ancora più incalzante, sulla natura del proprio “io”. Alzo il capo e scorgo negli occhi di quanti mi ascoltano lo sconcerto di chi si ritrova a essere sorpreso dall’avere sentito descrivere in una maniera così grande e bella quanto il proprio cuore non è ancora capace di esprimere. Inizia l’affascinante avventura della ricerca di risposte che possano aiutare ad affrontare la propria esistenza in maniera piena e entusiasmante. Inizia l’avventura del rapporto educativo.
Scrivere un libro che abbia come tema l’educazione preoccupandosi di ricercare i fondamenti su cui essa poggia e di descrivere i fattori in essa implicati, rappresenta un grande atto di responsabilità in un momento storico e in una temperie culturale in cui persino il termine stesso sembra creare imbarazzo.

Per questo sono grato alla prof. Pezzella di avermi offerto l’occasione di leggere e introdurre questo lavoro a partire da una esperienza che a lei mi accomuna: quella di aver studiato per tanti anni l’opera di Edith Stein, ma soprattutto, quella di essere ogni giorno figlio, padre e insegnante. Non si può parlare dell’educazione senza aver continuamente presente l’esperienza educativa in cui si è coinvolti ogni giorno.
Questo mi sembra il primo elemento di grande interesse di questo studio: il rifuggire da una discussione astratta, teorica e priva di partecipazione dei problemi affrontati.
Proprio partire dall’esperienza educativa che ognuno di noi vive ci conduce al punto di avvio nell’affronto del tema dell’educazione.

Cosa vuol dire lasciarsi educare ed educare? Cosa vale la pena di imparare e insegnare ad altri? Cosa si può realmente comunicare e in che modo?

 

1. Il rapporto educativo: un avvenimento

Tutti noi siamo nati, siamo stati adagiati nell’essere, pro-vocati a vivere in una realtà che non abbiamo fatto noi. Il mondo da cui siamo circondati è colmo di oggetti e di persone per noi significative. Non possiamo fare a meno di aver rapporto con ciò che richiama continuamente la nostra attenzione, con ciò che ci entusiasma, ci fa soffrire o ci delude. In questo continuo aver a che fare con la realtà, un fare che costituisce la nostra personalità, sperimentiamo un bisogno di essere condotti, guidati su sentieri per noi sconosciuti.
E a questo punto, in questo estremo bisogno di essere introdotti alla conoscenza del significato totale della realtà[1], che ci ritroviamo accanto persone che, avendo a cuore la nostra vita, sono capaci di indicarci la via che conduce ad esso. Non possiamo farcela da soli a percorrere questa strada.
L’incontro con chi ci introduce al significato totale della realtà è del tutto imprevisto e imprevedibile. È un avvenimento che accade come un “bel mattino”, senza che nessuno sia capace di determinarlo o di prevederlo. Ci si può solo rendere disponibili ad accoglierlo. Può accadere, in maniera del tutto gratuita, solo a partire da un incontro fra persone che sperimentano il bisogno di comprendere il nesso profondo che la propria esistenza ha con il reale nel quale si trovano a vivere. Accade in un modo non programmato e inaspettato. È un avvenimento totalmente umano che ha il suo fondamento nella struttura di cui l’uomo è costituito.
Solo riguardo a quel che avviene all’interno di un rapporto, di una relazione nelle quali siano implicati tutti i fattori che costituiscono la persona umana possiamo parlare di educazione.
Siamo posti con ciò dinanzi ad un tipo di accadimento unico, ad un reciproco prendersi cura dell’altro che non ha eguali negli altri livelli della natura vivente. Infatti se riguardo alle piante possiamo parlare di coltura, riguardo agli animali di addestramento, solo riguardo agli esseri umani abbiamo la possibilità di parlare di educazione. Questo perché la struttura dell’essere umano, pur essendo radicata all’interno di una natura materiale che la lega in maniera profonda alla terra da cui proviene, può ergersi al di sopra di essa e agire in maniera totalmente libera. Questo grazie alla sua dimensione spirituale. La specificità della sua costituzione corporeo-psichico-spirituale rende unico il suo agire. Bisogna evitare, pertanto, qualsiasi forma di riduzionismo che neghi al rapporto educativo questa peculiarità. Occorre combattere una battaglia durissima per riaffermare il valore dell’atto educativo in rapporto ad una visione adeguata dell’essere umano.

 

2. “Ed io che sono?”

Da quando l’essere umano si è accorto di sé non ha mai smesso di porsi la domanda sulla natura del proprio essere. La letteratura di tutti i tempi e di tutti i luoghi ove egli ha messo piede è una continua testimonianza di ciò. Una domanda posta a se stesso, ma ancora di più, a una realtà avvertita come fonte del proprio essere. Una domanda che sorge da un sentimento di profonda solitudine, come nel caso del pastore asiatico leopardiano, o da un sentimento di intimo stupore per l’amore di cui ci si sente oggetti, come nel caso del salmista che domanda al suo Signore: “Chi è l’uomo perché te ne curi?”.
Proprio la capacità di porre questa domanda, vertice della razionalità, testimonia dell’unicità della struttura di cui l’uomo è costituito.
Innanzitutto l’essere formato da elementi diversi legati l’uno all’altro da una relazione di profonda unitarietà: il corpo, che si mostra come corpo materiale e corpo vivente, l’anima e lo spirito.
Il modo unico e irripetibile nel quale questi elementi interagiscono fra di loro e permettono alla persona di aver rapporto con la realtà costituisce il mistero nel quale ogni uomo si è imbattuto[2].
L’essere umano è un essere collocato in una posizione mediana fra il cielo e gli abissi, fra un non più e un non ancora. Questa posizione rende la sua esistenza drammatica.
Eppure l’ergersi al di sopra della realtà materiale che, in un certo senso, coincide con il penetrare all’interno della propria realtà interiore, costituisce l’elemento distintivo del suo essere.
E questo poter affiorare dalla realtà naturale, vuol dire aver la capacità di comprenderne il significato, il senso ultimo dell’esistere.
La relazione sulla quale è fondato l’avvenimento educativo è una relazione fra persone. In quanto tali, esse sono dotate di un’individualità unica e intangibile, che non si scontra con una originale apertura all’altro da sé.
Il pensiero contemporaneo ha dovuto riflettere molto sul valore della persona. I tentativi di ridurla ad una partecipazione all’essere sociale hanno mostrato tutta la loro carica morbosa nell’attuarsi dei genocidi del XX secolo.
Per questo dobbiamo tornare ad una visione dell’essere umano che consideri tutti i fattori in gioco nella sua esistenza.
Pensiamo ad autori come quelli vissuti nel medioevo, un’epoca nella quale alla persona umana veniva riconosciuta una dignità assoluta derivante dalla sua somiglianza al Creatore.
Filosofi come sant’Agostino, san Tommaso e, soprattutto, Duns Scoto attribuiscono alla persona umana, secondo un rapporto di somiglianza e dissomiglianza, le caratteristiche della ultima solitudo e della relatio trascendentalis che solo possono far intuire il valore dell’unicità dell’individuo senza eliminare quello del suo essere aperto all’altro da sé.
Ad essi dobbiamo la profondità con cui Edith Stein ha condotto la propria analisi sul nucleo più intimo della persona, nucleo che ne determina la peculiarità anche all’interno della sua appartenenza alla specie.
Il valore della singolarità, quindi, non viene negato dalla originaria apertura all’altro da sé. Anzi il rapporto con la realtà e con gli altri esseri umani permette una conoscenza più profonda di sé.
Abbiamo la possibilità di guardare l’altra persona in maniera amorevole. Possiamo prender parte alla sua esistenza e, facendo questo, penetrare sempre più nel mistero del nostro stesso essere sino a giungere al rapporto con l’Altro da cui la nostra esistenza stessa ha origine e da cui possiamo apprenderne il valore pieno e totale.

 

3. Guardare la luna non il dito

Si può cogliere il valore dell’educazione unicamente se si pone attenzione a ciò che realmente vale la pena di essere comunicato.
La domanda sull’educazione coincide con quella sull’esistenza di qualcosa che per la persona abbia un valore non negoziabile. Viviamo in una società multietnica in cui il multiculturalismo viene troppo spesso identificato con un relativismo riguardo la verità e i valori che rendono autentica l’esistenza. La ragione, svilita nella sua capacità di cogliere la verità nel nesso con il reale, diviene strumento di affermazione di ideologie nelle quali la persona umana è ridotta alla sua sfera istintiva. Così diviene difficile parlare ancora di educazione e ci si limita a parlare di istruzione. Ciò che è degno di essere comunicato è semplicemente ciò che permette un adattamento al tipo di società nella quale ci si trova a vivere[3].
Occorre, invece, come nella nota storia, ritornare a guardare la luna e non il dito che la indica.
Per che cosa vale la pena lasciarsi educare ed educare?
C’è una sola ragione che può spingere ognuno di noi ad accettare di mettersi al seguito di un’altra persona. È il desiderio di vedere compiuta la nostra esistenza, desiderio di felicità non limitata e parziale, ma piena e totale.
Ogni volta che questa aspirazione viene ridotta o negata, si è costretti a fare i conti con una riduzione dell’umano e, quindi, della sua capacità di ergersi al di sopra della natura non per dominarla, ma per custodirla e contemplarla come segno ineludibile e testardo del suo fattore.
Educarsi ed educare vuol dire farsi aiutare e aiutare gli altri a vivere un rapporto vero con il reale, imparare a cogliere in questo rapporto il significato totale di tutto, persino di ciò che si ritiene più insignificante (“Persino i capelli del vostro capo sono contati”).
E questo a partire da quanto nella realtà mostra la bellezza più autentica, non identificabile con una forma esteriore più o meno adeguata, ma con lo splendore di ciò che è vero, che solo è capace di attrarre a sé per richiamare a ciò di cui è segno.
In questo cammino abbiamo bisogno di maestri – di auctoritas nel senso di qualcuno che aiuta a crescere – che ci indichino la via da percorrere e che ci sostengano quando la fatica sembra impedirci di proseguire.

 

4. Edith Stein: una proposta educativa

Una di queste autorità è stata ed è per la Pezzella, come per il sottoscritto, Edith Stein. Come spesso accade, il rapporto con un autore cui si dedica una parte considerevole della propria esistenza segna in maniera indelebile il proprio modo di vedere la realtà e la vita. Ancor di più se l’autore con cui ci si confronta può essere visto come testimone di ciò che afferma. La proposta educativa che emerge dai lavori di Edith Stein è una proposta che scaturisce da una profonda riflessione sul proprio lavoro di educatrice oltre che di figlia e sorella, appartenente ad una famiglia e ad un popolo culturalmente ben identificabili, e di religiosa, parte di un popolo che può essere definito come un’entità etnica sui generis[4].
Vorrei chiudere questa introduzione ringraziando ancora Annamaria Pezzella per essere stata in un tratto di strada della mia esistenza insegnante (nel senso autentico di chi indica) nella sequela di una maestra, la Stein, che con il proprio lavoro e la propria testimonianza non smette mai di essere punto di riferimento per quanti vogliono vivere la propria vita in maniera autentica e accompagnare altri a fare lo stesso.

 

Note

  1. Questa è la definizione che Jungmann dà dell’educazione.
  2. Un mistero che può essere paragonato ad una stanza senza confini nella quale addentrarsi con la consapevolezza di non poter esaurire la conoscenza di ciò che vi è contenuto. La non esaustività della conoscenza, però, non può essere identificata con l’impossibilità di penetrare al suo interno.
  3. Questo sarebbe il compito dell’educazione secondo il padre della pedagogia americana, che grande influenza ha esercitato sul mondo occidentale, John Dewey.
  4. Secondo la definizione che dei cristiani diede Paolo VI