10 – La relazione umana. libertà, amore, mistero.

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2011 – La relazione umana. libertà, amore, mistero. Convegno Bari

 

 

Ah, il peso specifico dell’uomo!
Questa incrinatura, questo groviglio, questo fondo,
questo appigliarsi, quando diviene tanto difficile
distogliere il cuore, il pensiero.
E in mezzo a tutto questo – la libertà,
una libertà, talvolta follia,
la follia di libertà che si impiglia nel groviglio.
E in mezzo a tutto questo – l’amore
che sgorga dalla libertà come una sorgente dal suolo.
Ecce homo! Non è limpido
né solenne
né semplice
semmai – misero.
Questo, un uomo solo – e due?
E quattro, e cento, e un milione?
Moltiplica tutto questo
(moltiplica la grandezza e la debolezza)
e avrai il risultato dell’umanità,
il risultato della vita umana.
(K. Wojtyła – La bottega dell’orefice)

 

Introduzione

L’intento del contributo che proponiamo è quello di individuare e descrivere gli elementi costitutivi della relazione personale, in particolar modo di quella umana.
Il secolo scorso ha visto una fioritura di studi sulla relazione personale. Essa è stata posta al centro della riflessione di pensatori e correnti filosofiche le quali, in special modo dopo la prima guerra mondiale, hanno tentato di ridefinire i confini e le possibilità di una comunicazione autentica e mostrare la natura essenzialmente dialogica dell’essere umano, al fine di manifestare la necessità di una convivenza civile e pacifica fra i popoli.
Accanto ad esse troviamo la riflessione di quanti hanno visto nell’essere sociale dell’uomo la sua più penosa condanna. Pensiamo alle correnti laiche dell’esistenzialismo e a Sartre che riconoscendo la tragica impossibilità di un rapporto con la realtà affermava:

«Le mie mani, cosa sono le mie mani? La distanza incommensurabile che mi divide dal mondo degli oggetti e mi separa da essi per sempre».

A partire dagli ultimi anni del secolo scorso, la riflessione sulla relazione si è concentrata sugli aspetti psicologici e sociologici. L’analisi di tali aspetti ha reso evidente una certa fragilità nella maniera di intendere la relazione dovuta ad una antropologia “debole” secondo la quale rinvenire nell’essere umano una natura specifica unica risulterebbe difficile, se non impossibile.
Pertanto al soggettivismo e al relativismo nella visione dell’essere umano si è associata una concezione della relazione personale che ne sottolinea esclusivamente il carattere cinico o sentimentale, negando la possibilità di pervenire al valore autentico di essa.
Per questo l’intento della nostra riflessione è quello di individuare gli elementi di cui una relazione autentica non può fare a meno, partendo da una visione dell’essere umano che ne rintracci i tratti costitutivi essenziali.

 

L’essere relazionale della persona umana: individualità inviolabile e naturale apertura all’altro da sé

In un’opera redatta per un corso da tenere all’Istituto di Pedagogia Scientifica di Münster, Edith Stein scrive:

«La considerazione di un individuo umano isolato è un’astrazione. La sua esistenza è esistenza in un mondo, la sua vita è vita in comunità. E queste, non sono relazioni esteriori che si aggiungono ad un essere esistente in stesso e per se stesso, ma l’inserimento in una totalità più ampia fa parte della struttura dell’essere umano»[1].

L’essere umano sin dall’inizio della sua esistenza è segnato da una duplice realtà: quella della sua individualità inviolabile e quella della sua naturale apertura all’altro da sé.
In particolare egli sin dal primo istante della sua esistenza è chiamato a vivere una relazione con ciò che lo circonda e, soprattutto, con gli altri esseri umani.
Egli vive la sua esistenza in una dimensione sociale. Il suo essere è, per natura, relazionale.

 

La struttura della persona umana

Il punto di partenza della nostra indagine, allora, non può che essere l’individuazione della struttura personale. Colta nell’essere umano, che si presenta come il luogo nel quale avviene la sintesi degli elementi che costituiscono la realtà, essa mostra la sua complessità e articolazione nella interazione fra gli elementi che la costituiscono.
Edith Stein individua nell’essere umano la presenza di più elementi costitutivi: il corpo materiale, il corpo vivente, l’anima e lo spirito.
Essi contribuiscono a determinarne la natura e le modalità di attuazione di tale natura nell’esistenza.
Tuttavia è solo a motivo della dimensione spirituale che l’essere umano può essere considerato una persona.
Seguendo le analisi della Stein è possibile percorrere il cammino che dalla realtà inorganica conduce a quella organica e, in quest’ultima, distinguere i vari strati costitutivi, quello vegetale e quello animale, fino a risalire ai livelli più alti nei quali la presenza dell’elemento spirituale determina il passaggio alla dimensione personale.
Proprio a questo livello possiamo parlare della relazione nella sua dimensione più autentica.
L’essere umano si mostra radicalmente immerso nella sua individualità, ma altrettanto profondamente aperto alla relazione con ciò che non fa parte di tale individualità e che può, per questo, contribuire alla sua crescita.
Siamo posti subito davanti alla peculiarità della relazione personale.
Essa non può mai coincidere con una fusione o commistione impersonale e indifferenziata di elementi che nell’essere insieme perdono la loro peculiarità. Nessuna forma di panteismo relazionale sembra essere ammessa, neanche possibili unioni che abbiano origine da un vago sentimento solidale.
La relazione diviene possibile solo a partire da quanto accade nel nucleo più profondo del proprio essere personale che è radicalmente segnato dall’individualità.

 

La relazione personale

 

Primo sguardo d’insieme sulla relazione personale

La relazione con l’altro da sé, così come l’intera realtà del proprio essere, è data.
Il più delle volte non si sceglie di entrare in relazione con una realtà, con altre persone e persino con Dio stesso. Ci si trova implicati in essa.
All’inizio dell’esistere e, quindi, dell’entrare in rapporto con quello che ci circonda, vi è l’essere posti in una realtà che non si è scelta e con la quale si è chiamati ad intrattenere un rapporto.
Questo dato di fatto, che non è per nulla determinabile, chiede una presa di posizione radicale: accettare di entrare in relazione con quello che è dato di vivere o, al contrario, impegnare tutta la propria energia in un rifiuto continuo di essa.
L’essere posti nella realtà può essere sentito come una violenza, l’”essere gettato” di Heidegger, la presenza di ciò che costituisce il proprio mondo avvertita come un fastidio e il rapporto con gli esseri umani identificato con il male più radicale: gli altri sono l’”inferno”.
Il primo elemento determinante di una relazione autentica, allora, è la scelta libera di accogliere l’essere che ci è incessantemente donato e che, per questo, costituisce un valore per sé e per l’altro.
Non si può vivere una relazione autentica se non si accetta il fatto che l’origine di essa è una datità totalmente gratuita.
Come deve essere intesa questa gratuità?
Anche in questo caso si è posti dinanzi ad una alternativa: o essa è segno dell’amore infinito di un Essere che, liberamente, sceglie di creare tutto ciò che esiste per godere della relazione con esso o è segno di un altrettanto infinito odio che ha origine da un essere divino malefico che si diverte a giocare con ciò che ha generato, fino a distruggerlo per un capriccio.
Appare chiaro che dalla scelta fondamentale che si compie in questo caso dipende lo sviluppo della propria esistenza.

 

Libertà come condizione della relazione

La condizione per l’attuarsi di una relazione autentica è la libertà.
Non vi può essere legame autentico senza che esso abbia a proprio fondamento una scelta libera.

Come deve essere intesa questa libertà?

La Stein a più riprese e in contesti diversi affronta il tema della libertà. Ella mostra come la libertà può essere compresa a partire dalla descrizione delle diverse modalità con le quali si realizza nelle diverse forme di vita vissute dalla persona umana: quella naturale-spontanea, quella della vita padrona di se stessa e quella della vita liberata.

Nella prima abbiamo «un continuo alternarsi di impressioni e reazioni»,[2] cui l’anima è sottomessa. Essa vive la sua vita immersa in un mondo dal quale riceve impressioni e vi reagisce, prende posizione nei confronti di esse a partire dalla sua natura. L’attività che l’anima svolge è un’attività passiva. Il soggetto sottoposto a queste reazioni non possiede se stesso ed è mosso dall’esterno.
È un comportamento non libero.

A questa forma di vita la Stein contrappone la vita liberata.

Essa è caratterizzata dal fatto che l’anima: «non viene mossa dall’esterno, ma guidata dall’alto»[3].
La libertà in questa forma di vita è, prima di tutto, un’attività passiva mediante la quale l’anima è sottratta al gioco spontaneo e istintivo delle impressioni e reazioni. Essa, però, non può sottrarsi autonomamente a questo gioco. Ha bisogno di un legame mediante il quale sfuggire al meccanismo naturale.
Siamo giunti così al livello dell’esistenza che può essere qualificato come personale. La persona, infatti, vive l’attività di percezione delle impressioni e di risposta ad esse a partire da un centro, un nucleo dell’anima che la Stein identifica con il termine Io. Proprio la vita condotta a partire da questo nucleo può sottrarre, in una certa misura, l’essere umano al meccanismo naturale delle impressioni e reazioni. La persona padrona di se stessa:

«può – può, non deve – ricevere le impressioni dell’anima da quel centro […] le reazioni alle impressioni ricevute derivano da lì»[4].

Tuttavia questo non la preserva dalla possibilità di sprofondare al di sotto dello stadio animale qualora essa faccia un cattivo uso della propria libertà.

Giungiamo così alla forma di esistenza nella quale la libertà trova il suo pieno compimento: la vita vissuta secondo la Grazia. Essa inizia laddove vi è un atto libero di dedizione di sé ad una realtà spirituale che trascende la natura.
Questa sottomissione può avvenire in maniera diretta o indiretta[5].

L’abbandono, il dono totale e gratuito di sé, è l’atto più libero della libertà. In questa espressione rinveniamo il cuore della riflessione di Edith Stein sulla libertà.

Non si può essere liberi se non si riconosce il primato della Grazia che, tuttavia, non può agire senza l’assenso operoso dato in ragione della propria libertà. La libertà di Dio, onnipotente, sembra trovare un limite nella libertà dell’essere umano. La Grazia non può salvare senza la disponibilità di colui che deve essere salvato.
Essa usa degli astuzie per attrarre l’anima a sé e condurla alla salvezza. Così la libertà umana non può essere distrutta, ma può essere conquistata e quindi innalzata dall’onnipotenza divina.
Ci sembra chiaro che non si può parlare della libertà senza la considerazione del rapporto originario dal quale l’uomo riceve l’essere e dal quale solo può imparare la modalità di affronto di tutti gli altri legami che, nella sua esistenza, gli è dato di vivere.
Possiamo affermare, allora, che la libertà umana è una libertà finita. Essa vede l’intersecarsi di due polarità: la capacità di possedersi e quella di aderire a quanto stabilito dalla volontà divina che liberamente ha fatto dono di essa alla persona, al fine di accompagnarla nel cammino di realizzazione della sua esistenza. La padronanza di sé di cui l’essere umano è capace trova compimento in una adesione alla libertà di Dio che la libera dalle pastoie della propria istintività per predisporla ad accogliere amorevolmente quanto Egli ha stabilito per lei. Così la libertà umana può trovare la sua piena realizzazione solo in quella divina:

«Il diritto di autodeterminazione è una proprietà inalienabile dell’anima. Esso costituisce il grande mistero della libertà personale, davanti alla quale Dio stesso si arresta. Egli infatti vuole il dominio sugli spiriti creati unicamente sotto forma di un libero dono offertogli dal loro amore. Egli conosce i pensieri del cuore, scruta le profondità e gli abissi dell’anima, anfratti vertiginosi che lo sguardo di quest’ultima non riesce nemmeno a sondare, se Dio non le offre l’illuminazione adatta. Però Egli non vuole prenderne possesso senza che essa vi dia il suo assenso. Malgrado questo, fa di tutto per cattivarsi il libero assenso della di lei volontà alla sua, ma cercando di ottenerlo come un dono del suo amore, per avere modo di condurla all’unione beatificante»[6].

È un movimento nel quale l’essere se stessi fin nell’intimo più profondo, conduce ad una apertura nei confronti di un altro essere che vuole prendere possesso della propria anima per ricolmarla del bene cui l’ha destinata e che ella tanto desidera senza aver la capacità di raggiungerlo con le sue forze.

 

L’amore come dono di sé fonte della relazione autentica

Attraverso la libertà l’essere umano può darsi ad un’altra persona ed entrare in relazione con la realtà proprio a partire da questo suo consegnarsi all’altro.
Ora ci chiediamo come possa l’essere umano, segnato radicalmente dalla sua individualità, entrare in una relazione autentica e proficua con l’altro da sé senza perdere nulla di questa individualità.
In altre parole, come si può amare offrendosi all’altro senza che per la persona questo significhi perdere se stessa?

 

Hegel: la dialettica servo-padrone

Nella Fenomenologia dello spirito Hegel ha affrontato questo problema introducendo la dialettica del servo-padrone. Attraverso di essa ha mostrato la difficoltà di pensare in termini positivi il rapporto che si instaura fra due esseri che hanno la consapevolezza di sé. Secondo Hegel, infatti, l’incontro-scontro fra due autocoscienze non può che condurre alla sottomissione di una di esse all’altra. E, d’altra parte, nel momento in cui l’autocoscienza che ha scelto di sottomettersi all’altra, per non soccombere, si riappropria di sé mediante il lavoro, divenendo così essa stessa signora di quella a cui aveva scelto di sottomettersi, la sostanza del rapporto non cambia. Si ha semplicemente un alternarsi di ruoli o di posizioni nelle quali le autocoscienze vengono a trovarsi, ma l’essenza della relazione rimane la stessa: l’alienazione. Ci si trova così dinanzi all’impossibilità di pensare ad un rapporto fra persone che non sfoci nella conflittualità. Una conflittualità nella quale l’accrescimento della forza e della realizzazione di una di esse deve corrispondere necessariamente alla diminuzione del valore e al progressivo annientamento dell’altra.
Siamo tutti a conoscenza delle conseguenze di questo tipo di visione sul piano filosofico e storico.

 

Sartre: l’inferno sono gli altri

Anche il già citato Sartre non è estraneo all’affronto di questo tema.

Ne ”L’Essere e il Nulla” egli sostiene che la coscienza individuale incontra l’essere non solo nella realtà massiccia e opaca delle cose, ma anche nell’altra coscienza. Mediante essa ha la speranza di poter evadere dal proprio stato di indigenza. Tuttavia anche l’essenza dell’altro é una negazione: esso é “l’io che non é me”. Il rapporto con l’altro risulta, dunque, segnato dalla negatività. L’esperienza originaria tramite la quale si istituisce questo rapporto tra due coscienze é data dallo sguardo nel quale l’altro appare in un primo tempo come una cosa, poi come una cosa che ha rapporto con altre cose e, infine, come l’altro che mi guarda. Col suo sguardo mi oggettiva e conosce me meglio di quanto possa fare io stesso, dato che io non posso mai oggettivarmi, distanziarmi come un oggetto da me stesso. In questo modo arrivo alla conclusione che “io sono quel me che un altro conosce” e mi sento trasformato in un oggetto inerme e nudo davanti all’altro. Con lo sguardo l’altro aliena le mie possibilità, cosicché non sono più padrone della situazione: affiorano così le emozioni del timore, del pudore, della vergogna, dell’orgoglio. I rapporti tra l’io e l’altro sono, dunque, conflittuali. Le polarità del rapporto con l’altro assumono la forma dell’odio e dell’amore, ma sia l’odio, come tentativo di annullare l’altro nella sua alterità, riducendolo a corpo e strumento e privandolo di ogni reciprocità, sia l’amore, come tentativo di possedere l’altro senza oggettivarlo e ridurlo a cosa o a strumento, si rivelano impossibili. Naufragati i progetti di raggiungere l’unione con l’altro, tramite il suo annullamento o la conciliazione con esso, il rapporto con l’altro può assumere le vesti della cooperazione nell’essere insieme del gruppo o della classe sociale, ma anche in questi casi l’altro rimane inafferrabile e il rapporto tra le coscienze continua a configurarsi come conflittuale.

 

Edith Stein: lo sguardo rivela l’umano

Quale diversità di sguardo nei confronti della possibilità di entrare in rapporto con l’altro emerge dalle parole di Edith Stein:

«Guardo un essere umano negli occhi e il suo sguardo mi risponde. Mi lascia penetrare nella sua interiorità o mi respinge. Egli è signore della sua anima e può chiudere o aprire le sue porte. Può uscire da se stesso e penetrare nelle cose. Quando due esseri umani si guardano, un io sta di fronte ad un altro io. Può essere un incontro che avviene sulla porta o nell’interiorità. Quando è un incontro che avviene nell’interiorità, l’altro io è un tu»[7].
Edith Stein ha avvertito in maniera profonda il problema della relazione fra le persone.
Sin dagli anni in cui è assistente di Husserl ella sente la necessità di chiarire a se stessa e al maestro i termini del rapporto che li lega.

Così scrive a Ingarden nel momento in cui decide, non senza grande sofferenza, di lasciare l’incarico di assistente:

«Quanto al “lavoro” intendo ancora occuparmi dell’analisi della persona.

Quantitativamente ho fatto molto, ma non so se quanto di ciò che ho scritto sia valido. Quando il maestro, di recente, mi ha fatto omaggio di una nuova serie di istruzioni su come trattare i suoi manoscritti (con la massima gentilezza, ma io non posso sopportare una cosa del genere), gli ho spiegato (naturalmente anch’io con la massima cortesia) che:

1. non c’è per niente ordine;

2. a meno che non sia fatto da lui e per lui e che

3. non sono particolarmente portata per questo tipo di lavoro e che potrei occuparmene sole se potessi lavorare contemporaneamente per conto mio.

Sono curiosa di sapere che cosa dirà. Mi sono offerta di rimanere ancora a Friburgo per aiutarlo nella redazione dello Jahrbuch e per attività simili, non solo per lavorare come sua assistente, il cui senso non mi è ben chiaro. In fondo è il pensiero di essere a disposizione di qualcuno che non riesco a sopportare. Sono capace di mettermi al servizio di una causa e posso fare qualsiasi cosa per amore di una persona, ma essere completamente a disposizione di una persona, in breve ubbidire, questo non posso farlo. E se Husserl non si riabitua a considerarmi come una collaboratrice che offre il proprio contributo per una causa (Sache) – come del resto ho sempre inteso i nostri rapporti, e anche lui in teoria, dovremo proprio separarci. Mi dispiacerebbe, perché credo che ci sarebbe ancor meno da sperare nei rapporti tra lui e la “gioventù”»[8].
Emerge da queste parole la coscienza chiara che l’essere umano non può vivere senza far dono di sé all’altro, ma che questo non può coincidere con una perdita del proprio essere più profondo.
Così la Stein risponderà alla questione posta movendo dalla considerazione dei rapporti che l’essere umano intrattiene con le altre persone.
Nella prima parte della “Struttura ontica della persona e la problematica della sua conoscenza” Edith Stein affronta, come abbiamo già visto, il tema della libertà e del rapporto che essa ha con la Grazia.
Quanto dice a proposito di questo rapporto getta luce su un altro degli elementi essenziali di una relazione autentica: l’amore inteso come dono di sé all’altro.
L’essere umano nella sua esistenza è chiamato ad intrattenere un rapporto con ciò che lo circonda. Come abbiamo già visto, può fare questo rispondendo attraverso reazioni naturali agli stimoli che provengono dall’esterno senza che questo implichi per lui una presa di posizione nei confronti di quanto lo muove dall’esterno. Può prendere una posizione nei confronti della realtà a partire dalla propria razionalità e quindi essere soggetto, in qualche modo, alle leggi che regolano tale razionalità. Può altresì agire in maniera libera.
Agire in maniera libera, per l’essere umano, vuol dire ergersi al di sopra della natura, ma, al contempo, scegliere di votarsi ad una realtà spirituale che possa salvaguardarla dal ricadervi. La libertà come possesso di sé non può mai attuarsi pienamente se non è sorretta da una realtà che le impedisca di rimanere impantanata nella natura. Ecco perché, per l’essere umano, è indispensabile scegliere di dare se stesso ad un essere che possa difenderlo dal meccanismo cui la dimensione corporea e psichica lo consegnerebbe.
È chiaro, allora, che se la libertà ha un senso è quello di permettere alla persona umana di legarsi a qualcuno che, paradossalmente, possa salvarlo da se stesso. Questo legame è l’amore.
Se questo non accade ella perde la propria forza vitale, si svuota e consuma il proprio essere senza poter trovare il nutrimento necessario per continuare a esistere.
Risulta fondamentale, allora, la modalità con la quale questo legame si realizza.

La Stein considerando il legame che l’essere umano può intrattenere con una realtà spirituale che si mostra come signore di un determinato dominio che ella chiama regno afferma:

«L’anima può trovare se stessa e la sua pace solo in un regno il cui signore la cerca non per amor proprio, ma per amor suo. Noi lo chiamiamo regno della Grazia in ragione di questa pienezza che non desidera possedere, ma trabocca e si dona. E poiché ciò significa essere presi ed elevati lo chiamiamo il regno dei cieli»[9].

L’essere umano può scegliere, mediante la sua libertà, di darsi ad uno spirito che vuole solo impossessarsi della sua anima. Il risultato di questo legame è una completa schiavitù nei confronti della persona cui ci si è consegnati che non può che condurre ad un annientamento totale del proprio essere. Questo perché l’essere che si è scelto di amare ha come centro del proprio interesse unicamente se stesso. Così accade che si distrugge ciò che si ama come affermava il titolo di un brano contenuto nella colonna sonora di un film degli anni settanta.
Infatti, un amore verso un essere che ha a cuore unicamente il possesso dell’anima che ad esso si è votata non può che tramutarsi in un completo svuotamento di essa che porta al suo annullamento. Il signore che cerca di afferrare l’anima per possederla non ama, ma odia. La Stein a questo proposito osserva:

«L’odio è la reazione specifica del male, o più correttamente, lo specifico atto spirituale, attraverso il quale il male può emanare la sua stessa essenza materiale e deve farlo necessariamente. Il male è un fuoco che consuma. Se rimanesse in se stesso, dovrebbe consumare se stesso. Per questo deve, eternamente e inquietamente desideroso di uscire da sé, cercare un luogo da dominare nel quale possa stabilirsi e portare fuori di sé tutto ciò che viene afferrato da lui e dalla sua particolare inquietudine»[10].

Cosa avviene, invece, nel legame con un essere che ama di un amore autentico?
L’essere umano amato in maniera vera sperimenta un mutamento nelle proprie reazioni naturali e la presenza in sé di atti spirituali conformi a questo amore. Accoglie nella sua anima la presenza di amore, misericordia, perdono, pace anche là dove non sembrerebbero dover albergare. La consapevolezza e l’accoglienza di un tale amore può condurre ad agire in modo che agli altri può apparire follia.
L’amore autentico fa in modo che l’amato venga totalmente riempito dal signore che si è impadronito della sua anima e che, nel donargli se stesso, non perde nulla di ciò che dona.
In questo modo lo custodisce e lo preserva dal ricadere nel meccanismo della vita naturale. E se il male può essere paragonato ad un fuoco che consuma l’altro perché non può consumare se stesso, colui che ama di un amore autentico può essere assimilato ugualmente ad un fuoco che arde e non consuma, ma scalda l’anima di chi è amato e quella di chi entra in relazione con essa.
Il modo in cui ciò si realizzi possiamo solo ascoltarlo dalle testimonianze di coloro che l’hanno sperimentato in un abbandono totale.
Rimane da chiarire ora in che modo l’individualità della persona possa essere preservata all’interno di un legame di questo genere.
La persona che accoglie in sé un tipo di amore come è quello precedentemente descritto subisce senza alcun dubbio un cambiamento radicale.
Un altro essere sembra vivere in lei eppure la sua individualità non viene distrutta. Essa impregna di sé tutto ciò che entra nell’anima o che esce da essa. Così la Stein può affermare:

«Questa individualità è intangibile (intangibilis). Ciò che entra nell’anima e ciò che ne esce, è impregnato dalla individualità. Anche la Grazia è accolta da ogni anima secondo la propria individualità. La sua individualità non viene distrutta dallo spirito della luce, ma si unisce a lui e vive così veramente una nuova nascita. Quindi, l’anima vive nella più totale e pura autenticità solo se rimane in se stessa»[11].

Il legame con chi ama di un amore autentico si configura, allora, come un’unione fra due persone che reciprocamente donano se stesse l’una all’altra in uno spazio a loro riservato nel quale la propria specificità viene esaltata nell’essere donata.
Accade, allora, che nel donarsi all’essere che la ama di un amore autentico, la persona ritrovi se stessa in tutta la sua pienezza.
Tutto quanto la insidia dall’esterno non può nulla contro la difesa eretta per lei da colui che la ama.
La sua individualità viene esaltata proprio nel momento in cui ella sceglie di accogliere in sé l’efficacia dell’amore autentico che ne muta le predisposizioni e le reazioni naturali.

 

Il Mistero: paradosso e sofferenza

Questa realtà che, senza alcun dubbio, appare paradossale, mostra tutta la sua verità nell’esperienza di una relazione che ha per fondamento un amore autentico. Henry De Lubac affermava riguardo al paradosso che esso:

«…è il rovescio di qualche cosa, il cui dritto è la sintesi. Ma il dritto ci sfugge sempre. L’arazzo meraviglioso che ciascuno di noi contribuisce a tessere con la sua esistenza non può essere ancora abbracciato con lo sguardo.[…] Il paradosso è appunto ricerca o attesa della sintesi. Provvisoria espressione di una visione sempre incompleta, orientata, tuttavia verso la pienezza»[12].

Quello che si può comprendere di questo mistero del legame amoroso deriva dalla descrizione limitata, frammentaria, eppure efficace, di coloro che l’hanno sperimentato.
Ciò che emerge da questi racconti, redatti in forma poetica o di relazione per il confessore, è il legame inscindibile fra l’azione portata avanti dall’amante e la disponibilità a lasciare che essa produca un mutamento efficace nell’anima dell’amato.
Il paradosso consiste nel fatto che attraverso un legame di amore autentico, l’individualità non solo non viene distrutta e, quindi, persa, ma al contrario, viene alimentata, nutrita con ciò di cui ha bisogno per esistere e, perciò, salvata.
Accogliendo l’immagine del castello proposta da Santa Teresa d’Avila, Edith Stein ci restituisce l’immagine di una fortezza all’interno della quale l’anima trova protezione contro gli attacchi di chi vuole distruggerla. L’amore si configura come un muro di cinta posto a difesa del luogo nel quale la persona può incontrare il signore a cui ha consegnato la sua esistenza e dal quale riceve ogni bene e grazia. E questo luogo è un luogo unico, irripetibile, che viene reso ancora più bello ed accogliente nel momento in cui deve essere pronto ad ospitare la persona che, a motivo dell’amore che ci ha donato, è degna di essere riamata di un amore ancora più grande.
Tuttavia questo amore non può non generare sofferenza. Una sofferenza che scaturisce dalla consapevolezza del proprio limite e dal fatto che questo limite viene frantumato dalla presenza debordante di colui che ama.
Il legame con l’amante risveglia la percezione del proprio limite e può essere il punto di avvio per una risposta di amore vissuta nella più profonda libertà.
Ciò che può preparare a superare il limite è solo la disponibilità a lasciarsi afferrare e conquistare da chi ci ama di un amore vero. Per essere così pronti ad accogliere quest’azione occorre però avere in mano tutto il proprio essere. Così la Stein può affermare che:

«…per potersi abbandonare così, essa [l’anima] deve afferrarsi così forte, lasciarsi abbracciare dal centro interiore con tale forza, che non può più perdersi. L’abbandono è l’atto più libero della libertà»[13].

La libertà trova il suo compimento nell’amore. È perché l’amore si affermi nel dono gratuito del proprio essere, la libertà deve raggiungere il suo vertice: il possesso completo e pieno di sé nel quale, però, si rivela, allo stesso tempo, l’apertura nei confronti dell’altro da sé. La libertà che non teme riduzioni è solo quella che lascia essere l’altro perché ne riconosce la bontà. Lo lascia essere senza temerlo, anzi, vive perché esso abbia il suo compimento più autentico.
Lasciarlo essere però comporta il sacrificio di sé.
Nell’ultima opera scritta per celebrare la figura e commentare le opere di San Giovanni della Croce, Edith Stein, parlando della Fiamma viva d’amore, afferma:

«La fiamma della vita divina tocca l’anima con la soavità della vita divina e la ferisce così potentemente nell’interiore profondissimo da scioglierla tutta in amore. Come si può qui ancora parlare di ferita? In realtà queste ferite sono come soavi fiamme di tenero amore, giochi dell’eterna Sapienza, piccole fiamme di tocchi soavi in cui l’anima viene toccata incessantemente da quel fuoco d’amore che non è mai inerte»[14].

L’amore, allora, strappa l’essere umano dal suo limite per condurlo alla piena realizzazione di sé e lo fa con l’aiuto della sua stessa libertà che diviene così la fessura attraverso la quale l’amante può penetrare per iniziare la sua opera di salvezza.

 

conclusione

Concludiamo con un frammento poetico di Karol Wojtyła che esprime sinteticamente quanto abbiamo cercato di dire:

«Tu però porti avanti il Tuo piano.
Si potrebbe dirti spietato, nel senso che sei risoluto: i Tuoi piani sono irreversibili. Più strano di tutto è ciò che appare alla fine: cioè che Tu non mi contrasti quasi mai. Entri con irruenza solo in quella ch’io chiamo la mia solitudine e fai a pezzi l’ostinazione che in me le è connessa. Ma è poi vero che entri con irruenza? O forse entri da una porta che è sempre aperta. Non mi hai creato chiuso, non mi hai serrato bene. Il desiderio di solitudine non è affatto sul fondo, ma sempre affiora da qualche fessura del mio essere, che è molto più larga di quanto potessi mai immaginare. Proprio di là tu entri e lentamente cominci a farmi crescere dall’interno. Mi fai crescere nonostante tutto quel che immaginavo di me stesso, e tuttavia in armonia con quel che sono. Posso forse stupirmi che dentro di me Tu sia più forte di me? Arriverai a me tramite il bambino – e dentro di me la mia ostinazione sarà spezzata. Nulla resterà della solitudine con cui cercavo di oppormi a Te – Tu invece ti esprimerai profondamente. Eppure io a poco a poco cesserò di avere il senso che sia Tu ad esprimerti in me, a poco a poco comincerò a credere di essere io ad esprimermi. Così sarà fin quando l’amore non prenda a dolere. Dorrà per la sua stessa sovrabbondanza, dorrà per l’incompletezza di un “io” in un altro “io” adorato o viceversa… Ma proprio allora si vedrà più chiaramente che l’uomo non può bandire dalla sua coscienza la parola “mio” ma è costretto ad andare dove essa lo porti. Questa parola, tuttavia, cancella la solitudine»[15].

 

Note

  1. Edith Stein, Der Aufbau der menschlichen Person, Edith Steins Werke XVI, Herder, Freiburg i.Br. 1994, tr. it. di Michele D’Ambra, La struttura della persona umana, Città Nuova, Roma 2000, p. 185.
  2. Edith Stein, Die ontische struktur der Person und ihre erkenntnistheoretische Problematik, in Edith Steins Werke, vol. VI, Herder, Friburgo i.Br., 1962, tr. it. di M. D’Ambra, La struttura ontica della persona, in Natura Persona Mistica, a cura di A. Ales Bello, Città Nuova, Roma 1997, p. 51.
  3. Idem, p. 52.
  4. Idem, p. 56.
  5. Mettendosi alla sequela di un santo o di una persona autorevole a motivo della propria fede
  6. Edith Stein, Kreuzeswissenschaft – Studie über Johannes a Cruce, in Edith Steins Werke, Band I, Herder, Friburgo i.Br. 1950; tr. fr., La science de la Croix. Passion d’amour de Saint Jean de la Croix, in «Les oeuvres d’Edith Stein», Tome I, Nauwelaerts, Parigi 1957; tr. it., Scientia Crucis. Studio su S. Giovanni della Croce, OCD, Roma 1996, p. 182.
  7. Edith Stein, La struttura della persona umana, op. cit., p. 124.
  8. Lettera n. 28 del 19/02/1918, Idem, p. 82.
  9. Edith Stein, La struttura ontica della persona, op. cit., p. 61.
  10. Idem, p. 66.
  11. Idem, p. 68.
  12. Henry De Lubach, Paradoxes suivi de Nouveaux paradoxes, Editions du Seuil, Paris, 1959, tr. it. di Ellero Babini, Paradossi e nuovi paradossi, ed. Jaca Book, Milano, 1989, p. 43.
  13. Edith Stein, La struttura ontica della persona, op. cit,, p.72.
  14. Edith Stein, Scientia Crucis. Studio su S. Giovanni della Croce, op. cit., p. 216.
  15. Karol Wojtyła, Pietra di Luce. Poesie, Libreria Editrice Vaticana, Roma 1979, p. 99.