16 – Il dono di sé è l’atto più libero della libertà

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2017 – “Il dono di sé è l’atto più libero della libertà”.  Il legame profondo fra la libertà e la responsabilità, in Per la Filosofia. filosofia e insegnamento, anno XXXIV – n.100-101, Maggio-Dicembre 2017, Roma, pp. 25-37.

 

Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni! – esclamò Frodo.
Anch’io – annuì Gandalf – come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti.
Ma non tocca a noi scegliere.
Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato.
(Tolkien)

 

Il tempo nel quale stiamo vivendo è segnato da una profonda crisi che riguarda tutti gli aspetti dell’esistenza umana e che sta generando una vera e propria mutazione nella visione che l’uomo ha di se stesso.
Le conoscenze sempre più ampie nelle discipline che studiano l’essere umano, pongono nuovi problemi e nuove sfide da affrontare.
E tuttavia, seppur espressa in forme nuove, ci troviamo dinanzi ad una tentazione antica quanto l’uomo stesso: quella del potere e del dominio.
Non si può comprendere quello che sta accadendo nella nostra società a livello sociale, politico, economico e, persino, religioso, senza far riferimento all’antica tentazione umana dell’autonomia nei confronti della divinità e del dominio dell’uomo sul suo simile.
La violenza, il più delle volte priva di senso, di cui siamo sempre di più spettatori, ha a che fare con il desiderio, da parte dell’essere umano, di essere onnipotente e privo di limiti nel proprio agire.
Autonomia e dominio da sempre oggetto di desiderio e fonte di comportamenti violenti e irrazionali che conducono alla distruzione propria e di chi è più vicino.
Eppure nel più intimo di se stesso l’uomo ha la possibilità di incontrare la fonte del suo essere e di trarre da essa ciò che è necessario per condurre la propria esistenza in maniera autentica.
Vogliamo, in questo lavoro, svolgere alcune riflessioni sul legame fra la libertà e la responsabilità e mostrare come esse non siano in opposizione, ma debbano necessariamente essere legate perché l’uomo possa vivere in maniera vera la sua esistenza portandola al proprio compimento.
Attraverso un breve excursus storico vedremo come si è giunti alla situazione attuale che vede la responsabilità contrapposta alla libertà e la persona costretta a scegliere fra un comportamento libero ed uno responsabile. Mostreremo, poi, mediante l’allegoria presente nell’opera di un grande autore del novecento, le caratteristiche di una autentica visione della responsabilità e dei suoi legami con la libertà.

Breve excursus storico

Dal punto di vista storico, il tema del potere e della libertà sono sempre stati legati a quello del male. Così anche la nozione di responsabilità, come vedremo, trova la sua origine nella ricerca di un’azione che, mediante l’uso della libertà, si opponga al male nella ricerca del bene.

a. Il pensiero greco: involontarietà del male, determinismo naturale, ingannevole ottimismo antropologico

 

1. Involontarietà del male.

Il pensiero greco può essere preso come punto di riferimento della riflessione sul male in una civiltà che non ha ancora conosciuto quanto ci è stato rivelato dalla religione cristiana.
Nella visione del male degli autori tragici e dei filosofi greci possiamo individuare alcuni elementi comuni che ne determinano la peculiarità.
Il primo di essi è l’assenza della realtà del male volontario.
Una breve disamina della letteratura greca, ci permetterà di cogliere la paradossalità con la quale è avvertito il problema del male.
Nella considerazione della genesi dei crimini e dei delitti commessi dai personaggi dei poemi omerici e delle tragedie greche rinveniamo due tipologie di mali: quelli che derivano dal Fato o da un intervento degli déi nell’esistenza umana e quelli dovuti ad un inganno psicologico dell’essere umano stesso[1].
Alla prima tipologia appartengono sia i crimini che, a motivo di un orribile determinismo, generano una catena inarrestabile di nuovi delitti, sia quelli che, in varie forme, sono direttamente provocate dagli déi.
Nei primi possiamo notare la presenza di «potenze sotterranee e malefiche che si impadroniscono degli umani e fanno loro commettere delitti, dei quali non sono interamente responsabili»[2]. Cosicchè agli umani non rimane che preservare la loro gloria.
Ai secondi appartengono quelli nei quali gli déi, attraverso diversi stratagemmi, intervengono nell’esistenza umana al fine di provocare la loro rovina.
Da essi hanno origine:

  1. delitti commessi in uno stato di traviamento, di follia, provocata dagli déi;
  2. delitti perpetrati in un completo oscuramento della coscienza: si agisce credendo di fare il bene;
  3. crimini commessi per una ineluttabile obbedienza al volere degli déi;
  4. delitti attuati seguendo una fatalità inevitabile: si cerca di evitare il male, ma lo si commette proprio cercando di evitarlo.

Nella tipologia dei mali dovuti ad un inganno psicologico, invece, individuiamo:

  1. i delitti commessi dagli umani per una dimenticanza del proprio stato di esseri mortali.
  2. quelli perpetrati in conseguenza di uno stato di disperazione.
  3. quelli attuati per una ragione politica.

Anche in essi ravvisiamo l’ambiguità della posizione umana.
Pur essendo colpevole, l’essere umano, conserva la propria bellezza e il proprio onore. Egli non è mai considerato responsabile ultimo della propria azione. La visione secondo la quale gli déi usano gli umani per i loro trastulli, libera quest’ultimi dal peso della loro responsabilità.
Se vi è una specie di delitti in cui è implicata la volontà e la libertà, essi sembrano appartenere agli déi stessi. La libertà – intesa come libero arbitrio – nell’azione appartiene soltanto a loro.
Le tragedie greche sono pervase da delitti commessi da esseri umani i quali non hanno alcuna colpa, se non quella di essere destinati ad obbedire ad un destino cieco, irrazionale e ineluttabile. La loro colpevolezza è esclusivamente materiale. Essi compiono materialmente i crimini cui sono spinti da un destino che necessariamente deve realizzarsi. Nell’essere umano non vi è traccia di una coscienza che individui l’origine del male commesso all’interno del proprio cuore. Egli, anzi, può solo opporsi onorabilmente agli dei, così da conservare la sua nobiltà. I personaggi delle tragedie sono degli eroi sconfitti, che nel male commesso rivelano la loro nobiltà d’animo in quanto inconsapevoli nella loro azione o perché dimostrano, attraverso di esso, la loro pietà nei confronti degli uomini[3].
Il male ha origine dalla scelleratezza di ciò che, per gli esseri umani, hanno stabilito gli déi immorali e capricciosi che determinano la loro esistenza.
La sofferenza che da esso deriva è priva di significato e viene accolta e vissuta con sentimenti che vanno dalla rassegnazione alla disperazione che non intravede alcuna possibilità di salvezza.
Non ci si può salvare da un male causato da una realtà dalla quale bisogna difendersi perché sentita estranea, invadente e pericolosa per il proprio essere.
Il male commesso involontariamente è a fondamento anche della visione sofistica nella quale l’impossibilità di avere esperienza del bene e del male, se non attraverso il criterio dell’utilità, rende impossibile l’individuazione di una colpa volontaria.
Allo stesso modo, il paradosso dell’etica socratica del male commesso unicamente per ignoranza del bene o per un inganno riguardo la sua natura, rende l’essere umano immune da qualsiasi pericolo di scoprirsi colpevole del male fatto. Peraltro, diversamente da quanto accade nella visione tragica dell’esistenza, in cui è ancora presente un barlume di religiosità, in quella sofistica e socratica viene meno anche la sofferenza e la disperazione per i crimini commessi. Ci troviamo di fronte ad una leggerezza e ad una gaiezza che fanno venir meno la drammaticità del senso del vivere secondo una misura che non è quella propria.

 

2. Determinismo naturale

L’involontarietà del male può avere origine solo da una visione deterministica della realtà. La natura e gli esseri umani sono consegnati ad un destino ineluttabile di fronte al quale risulta impensabile, oltre che inutile, immaginare la possibilità di un agire libero. Si può agire solo in conformità a ciò che detta il corso degli eventi che è guidato da una potenza di cui non si conosce l’identità, né l’intenzione profonda nel determinare la finalità delle cose. Non si può sfuggire a questa ineluttabilità neanche dopo la morte perché il ciclo delle reincarnazioni cui l’essere umano è soggetto ripropone l’infinito e circolare accadere degli eventi nello stesso modo in cui sono sempre accaduti e accadranno. La necessità cui è sottoposta l’esistenza elimina e rende inutile la possibilità stessa della volontarietà del male. La sofferenza stessa viene assunta come cifra della necessaria opposizione al corso degli eventi. La libertà assume le sembianze dell’atarassia stoica, mentre il male ha il volto del cedimento ai desideri o alle passioni di cui è intessuta la trama del vivere umano.
Ci si libera dal male attraverso l’insensibilità e il dominio delle passioni che generano turbamenti.

 

3. Ingannevole ottimismo antropologico

L’involontarietà del male, che scaturisce dal determinismo naturale, può far pensare ad una visione assolutamente ottimista della natura umana. Risulta impossibile, per l’essere umano, compiere il male in quanto la sua natura è fondamentalmente buona: «I Greci avevano un così profondo senso della bellezza dell’uomo, e tanto energicamente l’affermavano dinanzi al malvagio arbitrio del destino e degli déi, che il fatto del peccato era un problema per loro. […] Gli uomini sono spontaneamente “ragionevoli”, belli, grandi. Soltanto le cause esteriori li fanno inciampare»[4]. Il male fisico e morale in cui, inevitabilmente, ci si imbatte riguardano soltanto ciò che della realtà è pura apparenza e non ciò che in essa vi è di vero, che non è di questo mondo, il quale rimane immutabile nella sua bontà: così la visione platonica e quella legata a varie forme di neoplatonismo che nei secoli si sono succeduti. Il male risulta profondamente legato alla realtà della materia dalla quale ha origine ciò che nell’essere umano vi è di più basso e spregevole.
Possiamo considerare ottimista riguardo alla natura umana un’immagine di essa che è costretta, per mantenerne eterna e immutabile la bontà, a ridurlo a una forma perfetta invisibile che entra in rapporto, forzatamente, con un simulacro visibile che ne diminuisce il valore? Possiamo immaginare un essere umano per metà buono, nella parte che non si manifesta e per metà malvagio, in ciò che maggiormente appare?
Ci sembra evidente l’incongruenza e la contraddittorietà di una simile posizione.

 

b. Il pensiero cristiano: peccato originale, non sostanzialità del male, intrinseca bontà dell’essere.

La visione dell’essere umano nata a seguito dell’accoglienza della Rivelazione cristiana ad opera di autori intimamente alimentati dalla loro fede, ci appare, senza alcun dubbio, profondamente diversa da quella rinvenuta nella cultura greca classica.
Il Dio personale rivelato dal Cristianesimo fa conoscere all’essere umano la vera natura del suo limite/male. Il rapporto con l’essere da cui trae origine gli svela la sua vera consistenza. Attraverso la riflessione su quanto è stato rivelato dalla Scrittura, autori cristiani introdurranno la nozione di peccato, originale e attuale, che si configurerà come la chiave di volta per comprendere più a fondo il mysterium iniquitatis, vale a dire la realtà del male nei suoi molteplici aspetti.

 

1. Il peccato originale

Per comprendere come nasce il peccato originale, quale sia la sua natura e quali conseguenze scaturiscano da esso, seguiamo, innanzitutto, il brano biblico della Genesi che ne descrive la comparsa: «Il serpente era la più astuta delle bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “È vero che Dio ha detto che non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza»[5].
Il cristianesimo, mutando la concezione del male propria del mondo greco, pone a fondamento del peccato la menzogna. Il serpente, rappresentazione del maligno, esordisce con l’insinuazione di un sospetto circa la verità delle cose e prosegue con una chiara sostituzione della verità per mezzo di una menzogna, affascinante e desiderabile, che inganna prima la donna e poi l’uomo.
Cosa rende buono e desiderabile l’oggetto del peccato? È la promessa, menzognera, di una completa autonomia nei confronti dell’autorità divina. All’essere umano viene offerta la possibilità di essere legge a se stesso, attraverso la capacità di conoscere in maniera assoluta il bene e il male.
Così, posto originariamente in una situazione “paradisiaca” di completa familiarità con la scaturigine e il senso della propria esistenza, l’uomo, persuaso dalla menzogna, dimentica la sua strutturale dipendenza dall’Essere che lo ha amorevolmente creato[6] e si fa accecare dalla promessa di una solitaria autonomia.
Ecco in che cosa consiste il peccato originale: chiamato amorevolmente all’essere da un Dio personale che ne desidera l’autentico compimento, l’uomo rifiuta la naturale dipendenza da questo essere, affascinato da una menzognera promessa di autonomia, che si rivela non autentica e gravida di conseguenze per la sua stessa esistenza.
Risultato di questo rifiuto, che si prospetta come una disobbedienza, è la solitudine, la divisione e frantumazione del proprio essere.
L’uomo nel voler diventare come Dio, si ritrova solo e inconsistente.
Così Wojtyla in una poesia descrive questa situazione: «[chi parla è Adamo: rappresentante di tutta l’umanità] Un’analisi radicale della parola “mio” conduce sempre a Te – ed ecco io preferisco persino rinunciare alla parola “mio” anziché ritrovarla alla fine in Te. Perché voglio avere tutto attraverso me stesso, non attraverso Te. Se è un controsenso – allora quanti uomini si sono impastoiati in questo controsenso. Perché come sono gli uomini in questa massa sempre crescente? Non sono forse sempre più soli? Il numero non crea l’amore – la solitudine non rende indipendenti, ma genera la lotta»[7].
L’uomo vive una schizofrenia tra ciò che desidera e ciò che riesce a realizzare. Si accorge di non avere l’energia per scegliere il bene che pur riconosce.
La disobbedienza, da cui nasce il peccato originale, è un atto libero nel quale l’uomo pone tutto il suo essere e tutta la sua energia.
La nozione di peccato ha bisogno di una idea di libertà che la vede nascere da un rapporto personale per poter essere pienamente compresa e poter svelare all’uomo la vera natura del male. L’essere umano sa che il suo destino dipende dalla libera adesione al disegno amorevole del suo Creatore. È dalla obbedienza o disobbedienza al Suo volere che dipende il compimento e l’autentica realizzazione della sua esistenza.
La nozione di peccato originale offre una chiave interpretativa riguardo l’origine del male, ma lascia aperte alcune questioni che meritano risposta.

 

2. Non sostanzialità del male

La prima riguarda la coesistenza dell’assoluta bontà di Dio e della realtà del male.
Ad essa la filosofia cristiana, in particolare quella di S. Agostino e S. Tommaso d’Aquino, risponde attraverso la riflessione sulla non sostanzialità del male.
Il male si configura come una privazione del bene che, per natura, l’essere umano è chiamato a realizzare nella propria esistenza. Essa trova origine nella natura limitata e contingente della persona umana che, pur partecipando alla ricchezza dell’essere di cui Dio gli ha fatto dono, rimane pur sempre esposto alla possibilità di vederne diminuita la grandezza. Liberamente amato e adagiato nell’essere dal Creatore, l’uomo, non può conservarsi in esso. Può solo riceverlo da Dio. Quando questo non accade, viene meno quanto di buono vi è in lui, sebbene mai in maniera completa. L’essere umano non può mai perdere del tutto la bontà di cui è costituito il suo essere. Ed è su di essa che poggia la possibilità della salvezza. La misericordia di Dio non può che far leva su di uno spiraglio che si apre nel tessuto dell’essere della creatura, fessura che Egli stesso ha ben provveduto a lasciare sempre aperta.

 

3. Intrinseca bontà dell’essere

Se S. Agostino ci ha guidato nell’affronto del tema della non sostanzialità del male, è a S. Tommaso che dobbiamo rivolgerci nella considerazione di quello dell’intrinseca bontà dell’essere.
Tutti gli esseri umani fanno esperienza della desiderabilità del bene. Vi sono realtà che attraggono l’animo umano e realtà dalle quali esso vuole fuggire. Quanto è desiderabile viene identificato con il bene, il quale si configura come ciò che, realizzando il desiderio umano, ne porta a compimento l’esistenza. Ma qual è la realtà più desiderabile di tutte? È il bene stesso, che è identificato con Dio. La creazione ne porta le sembianze e, per questo, non può non averne acquistato la bontà. Ed è essa che, come abbiamo mostrato precedentemente, può venir, in una certa misura, meno.

 

c. Il pensiero moderno: crisi del principio di autorità, potere è sapere, dovere morale limite per la libertà

L’epoca moderna nasce ed è profondamente segnata da eventi storici che ne determinano la riflessione sull’uomo: l’apertura verso nuovi mondi, la tremenda crisi nell’unità della Chiesa causata dalla Riforma Protestante, il susseguirsi di rivoluzioni che porteranno a cambiamenti culturali, politici e sociali irreversibili.
In essi emerge una nuova visione del rapporto che l’uomo ha con la realtà e con Dio che può essere individuata nella crisi del principio di autorità.

 

1. Crisi del principio di autorità

Come un adolescente al momento della crescita, l’uomo moderno ha il desiderio di affrancarsi da qualsiasi tipo di autorità e da qualsiasi tipo di dipendenza possa essere presente nella sua esistenza. La ricerca di nuovi mondi e di nuovi spazi da poter occupare coincide con il desiderio di veder eliminato qualsiasi limite posto al suo agire. Egli si rende conto di poter osare e ritiene di non avere bisogno di nessuno. La relazione con chiunque ne limiti l’agire comincia ad essere avvertita come frustrante e oppressiva; vuole rispondere del proprio agire solo a se stesso. La libertà comincia a essere intesa come assenza di qualsiasi tipo di coazione e, quindi, di legame che possa limitare la propria autonomia e inizia ad essere contrapposta alla responsabilità intesa come risposta libera ad una chiamata all’essere e all’azione mirante a realizzare il bene in un legame amorevole con la realtà, con le altre persone e con il Creatore.

 

2. Sapere è potere

Come suggerito dal serpente nel racconto biblico, l’uomo moderno, rinviene nella conoscenza la possibilità di affrancarsi da qualsiasi tipo di dipendenza. Il sapere è visto come nuovo fuoco prometeico che può liberarlo da tutti i limiti e da tutte le sofferenze che da esse derivano, morte compresa. Prima attraverso le arti magiche e poi attraverso la scienza, egli cerca di impossessarsi dei segreti della natura al fine di poterla dominare. Ormai solo, nel proprio studio, che si trasforma in una metafora di tutto l’universo, lo scienziato moderno osserva, scruta e cerca di cogliere le leggi che governano la realtà al solo scopo di poter agire modificandola a proprio vantaggio.
Egli deve rispondere solo a se stesso del proprio operato e di ciò che scopre. Opporsi a lui vuol dire fermare il progresso e la possibilità per l’uomo di divenire come Dio: onnipotente.

 

3. Dovere morale limite per la libertà

La riflessione di Kant sulla morale fissa l’opposizione fra la libertà e il dovere morale. La ricerca di una morale autonoma e universale, lo porta, attraverso la definizione dell’imperativo categorico, a mettere in forte contrapposizione l’agire libero e quello morale. Sebbene la libertà rimane uno dei postulati della possibilità della morale, essa dovrà trovare un limite nel dovere stabilito dall’autorità della ragione stessa.
Siamo nell’anticamera di un soggettivismo morale che non potrà che sfociare nella critica assoluta al concetto stesso di morale portata avanti da Nietzsche alla fine del XIX secolo.
Lo scontro fra diverse visioni dell’esistenza darà alla morale un valore relativo che ne annullerà definitivamente la necessità.
Il conflitto fra comportamento responsabile e comportamento libero, privo di inibizioni e di freni sarà inevitabile.
Il nichilismo annullerà ogni possibile idea di responsabilità. Non c’è nulla che dà più valore all’azione che si compie e non c’è nessuno a cui rispondere del proprio operato.

 

Potere, libertà e responsabilità nel “Signore degli Anelli”

Per indagare ancora più a fondo la relazione tra il potere, la libertà e la responsabilità, ci addentreremo nelle vicende narrate in uno dei romanzi più letti del XX secolo: Il Signore degli anelli di J. R. R. Tolkien.
Non vogliamo svolgere un’analisi testuale e letteraria del libro, ma solo prendere come riferimento le vicende che vi sono narrate per rintracciare in esse i legami esistenti fra il potere, la libertà e la responsabilità.

 

1. La seduzione del potere e la libertà

La storia del Signore degli anelli inizia con la trasmissione di un’eredità: Bilbo Baggins, un hobbit della contea, lascia al cugino Frodo un anello. Attraverso l’aiuto del saggio mago Gandalf, Frodo scopre che quell’anello è un oggetto che può conferire a chi lo possiede un potere inaudito[8]. Esso è stato forgiato nelle fiamme del Monte Fato da Sauron, il Signore oscuro. Dopo varie vicende non prive di avvenimenti dolorosi, l’anello è finito nelle mani di Bilbo che, al momento del congedo dalla Contea nella quale vive, lo lascia a Frodo.
Siamo in presenza di una eredità non desiderata e che per Frodo risulterà pesante. Sauron, infatti, dopo averlo perduto, farà di tutto per riconquistarlo. All’anello è legata la sua stessa esistenza.
Occorre allora distruggerlo buttandolo di nuovo tra le fiamme del monte fato. È il solo modo per sconfiggere Sauron.
Compiere questa missione non è, però, così semplice.
Tutte le persone che vengono a contatto con l’anello sono sedotte dal suo potere, un potere che li priva della loro personalità[9] e, in molti casi, della loro stessa vita[10]. Persino Gandalf, a cui Frodo chiede di liberarlo da questo fardello, teme il potere dell’anello e si rifiuta di conservarlo.
È interessante il dialogo tra Frodo e Gandalf perché pone in evidenza l’importanza della libertà nella realizzazione del bene. Lo stregone potrebbe usare il potere dell’anello per fare del bene, ma non ci può essere bene senza che esso venga realizzato liberamente.
È solo la purezza di cuore che potrà permettere a Frodo di resistere al potere seduttivo dell’anello. Così, non senza difficoltà, potrà portare a termine la sua missione.

 

2. La responsabilità: risposta libera ad una chiamata

Nella scelta di Frodo di condurre l’anello tra le fiamme del monte Fato emerge il significato autentico della responsabilità.
Essa si configura come risposta libera ad una chiamata. Frodo conosce molto bene la sua fragilità[11], eppure accetta l’incarico di portare l’anello fuori dalla contea e, di fronte all’impossibilità da parte di altri di assumersi questo compito, di portarlo sul monte Fato attraversando mille pericoli: «Nessuno rispose. Suonò la campana di mezzogiorno, e nessuno aprì bocca. Frodo lanciò un’occhiata a tutti i visi che gli stavano intorno, ma nessuno era rivolto verso di lui. L’intero Consiglio sedeva con gli occhi bassi, come immerso in profonda riflessione. Una grande paura lo sopraffece, e gli parve di attendere la pronunzia di qualche condanna che prevedeva da tempo, nutrendo però la vana speranza che potesse non essere, dopo tutto, formulata. Un irresistibile desiderio di riposo e di pace accanto a Bilbo a Gran Burrone gli riempì il cuore. Infine, con grande sforzo, parlò, meravigliandosi di udire le proprie parole, come se qualche altra volontà comandasse la sua piccola voce.
«Prenderò io l’Anello», disse, «ma non conosco la strada».
Elrond levò gli occhi e lo guardò, e Frodo si sentì il cuore trafitto dall’improvvisa acutezza dello sguardo. «Se intendo bene tutto quel che ho udito», disse, «credo che codesto compito sia destinato a te, Frodo; se non trovi tu la via, nessun altro la troverà»[12].
Tuttavia, egli scoprirà di non essere solo in questa impresa. Attorno a lui si formerà una compagnia che lo aiuterà a combattere tutti i pericoli che dovrà affrontare.
È, questo, un altro elemento di grande importanza. Nessuno può vivere fino in fondo la propria responsabilità senza essere sostenuto da una compagnia di persone che hanno a cuore il suo destino. Come abbiamo mostrato in altri lavori, l’essere umano è costituito da due realtà ineliminabili: l’ultima solitudo e la relatio trascendentalis.
Nessuno può sostituirsi ad un altro nella risposta alla propria vocazione, eppure, nessuno è lasciato solo nel rispondere ad essa. Questo è il motivo per cui non possiamo vivere la nostra responsabilità senza essere in relazione con chi ci ha chiamati all’essere donandoci una vocazione ben determinata.

 

3. Obbedienza, libertà e potere

Entra in gioco un ulteriore elemento nelle nostre riflessioni sulla responsabilità.
Nel brano che ci riferisce la nascita del peccato originale, esso si mostra subito come una disobbedienza ad una regola e quindi come tradimento di una alleanza.
La responsabilità ha bisogno del libero arbitrio per obbedire ad una chiamata che mira a realizzare in maniera autentica la propria esistenza. Il fine ultimo dell’agire umano non è il raggiungimento dell’autonomia, che pur è importante, ma è l’obbedienza ad una legge divina che si presenta come unica possibilità autentica di realizzazione del proprio essere.
Frodo ha ereditato l’anello del potere e con esso la possibilità di avere il potere assoluto sulle cose e sugli uomini. Paradossalmente, però, se vuole realizzare pienamente la sua esistenza e riposare nelle terre degli elfi per l’eternità, deve distruggere l’oggetto che può conferirgli l’assolutezza, l’essere indipendente da tutto e da tutti.
Anche il primo uomo aveva ricevuto tutto da Dio. Un’amicizia cordiale, il trascorrere del tempo insieme nel giardino paradisiaco. Poi la disobbedienza, una risposta alla chiamata di Dio non adeguata al proprio destino.
Ecco allora il senso autentico della responsabilità: rispondere in maniera obbediente, attraverso la propria libertà, alla chiamata del creatore per la realizzazione del nostro bene, nella certezza che Egli sa meglio di noi stessi ciò di cui abbiamo bisogno.
Tutta la letteratura mistica religiosa e anche laica ci indica come il vertice della realizzazione del proprio io sia nell’incontro con una realtà che, per dirla con sant’Agostino, è più intima a noi di noi stessi. È nell’incontro con questa realtà che si può trovare il senso vero delle cose e della vita e, di conseguenza, agire in maniera adeguata alla grandezza dell’essere ricevuto in maniera totalmente gratuita.

 

Note

 

  1. Seguiremo, in questa breve disamina, la stupenda e appassionata analisi di C. Moeller contenuta nella magistrale opera Saggezza greca e paradosso cristiano, Morcelliana, Brescia, 1951.
  2. Charles Moeller, Saggezza greca e paradosso cristiano, op. cit., p. 43.
  3. Si pensi alla figura di Prometeo.
  4. Charles Moeller, Saggezza greca e paradosso cristiano, op. cit., p. 68.
  5. Gen. 3, 1-6.
  6. Si vedano le pagine commoventi dei primi due capitoli della Genesi.
  7. Karol Wojtyla, Pietra di Luce. Poesie, Libreria Editrice Vaticana, Roma 1979, p. 99.
  8. Così Tolkien ci presenta l’anello affermando che il terz’ultimo e il penultimo verso erano incisi sull’anello stesso: «Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende,/ Sette ai Principi dei Nani nelle loro rocche di pietra,/ Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende,/ Uno per l’Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra,/ Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende./ Un Anello per domarli, un Anello per trovarli,/ Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli./ Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra cupa scende».J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Milano, Bompiani, 2002, p. 83.
  9. È il caso di Gollum, un personaggio di assoluta ambiguità e importanza nel romanzo. Egli un tempo si chiamava Sméagol. Nell’anno 2463 della Terza Era della Terra di Mezzo, insieme suo cugino Déagol si reca a pescare a bordo di una barca nel fiume Anduin, nei pressi dei Campi Iridati (Loeg Ningloron, secondo la lingua degli Elfi). Déagol, in seguito ad una caduta in acqua, vide un anello sul fondo del fiume e, attirato dal luccichio, lo afferrò. Tornato in superficie, mostrò a Sméagol la sua scoperta; ma quando questi, ammirando l’oggetto, lo chiese per sé come regalo di compleanno, Déagol rifiutò di cederglielo, e Sméagol, accecato dall’ira, lo uccise, appropriandosi dell’anello. Questo, infatti, non era un anello qualsiasi, bensì l’Unico Anello, forgiato da Sauron nel Monte Fato molti anni addietro, alla ricerca di un portatore che lo riconducesse al suo padrone. Questo oggetto gli avvelenò la mente, rendendo Sméagol del tutto dipendente da esso.
    Dopo aver scoperto che l’Anello aveva il potere di rendere invisibili, Sméagol cominciò ad usarlo per commettere piccoli furti o inganni nel suo villaggio natale, e per questo venne cacciato, condannato a vagare alla ricerca di un posto dove vivere. Divenne, quindi, Gollum, il cui nomignolo gli venne dato dalla gente del suo villaggio a causa della sua abitudine di produrre un “orribile rumore di gola”. La sua nuova intolleranza verso la luce del Sole e della Luna, lo portò a trovare rifugio, sette anni dopo l’uccisione di Déagol, nelle caverne delle Montagne Nebbiose. Qui, Gollum, cominciò a vagare, spinto dalla sua insita curiosità, cibandosi del poco che trovava, principalmente pesci ed Orchi. Alla fine egli si stabilì definitivamente in un laghetto molto pescoso, collegato con l’esterno, dove resterà, in compagnia dell’Anello e della sua pazzia, per cinquecento anni, dimenticato dal resto del mondo. A causa della solitudine, Gollum cominciò a parlare con se stesso e con l’Anello stesso, chiamandolo “Tesoro”, e il bisogno di possederlo divenne la sua unica ragione di vita.
  10. Sono tanti i personaggi che muoiono a causa della seduzione che l’anello esercita su di loro.
  11. «Naturalmente, qualche volta ho già meditato di partirmene, ma come per una specie di vacanza, una serie di avventure simili a quelle di Bilbo o ancora più belle, con una conclusione pacifica e rassicurante. Ma ora si tratterebbe di esilio, di una fuga dal pericolo nel pericolo, trascinandolo appresso a me. E suppongo che dovrò partire solo, per compiere quest’impresa e salvare la Contea. Ma, come mi sento piccolo, sradicato e… disperato. Il Nemico è talmente forte e terribile!».J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, op. cit., p. 98.
  12. J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, op. cit., p. 341.