17 – Relazione all’incontro riguardante la legge sul biotestamento

Incontro dat

Non so se Dio ci vuole necessariamente felici … 
Io credo che ci voglia capaci d’amare ed essere amati. 
Vuole che cresciamo. 
Da piccoli crediamo che i giocattoli ci diano tutta la felicità del mondo,
e la nostra stanza dei giochi è il mondo intero. 
Ma qualcosa … qualcosa deve spingerci fuori dalla stanza dei giochi …
nel mondo degli altri. E questo qualcosa è la sofferenza.
E io sostengo che proprio perché Dio ci ama ci fa il dono della sofferenza …
o per dirla con altre parole …
il dolore è il megafono di Dio che risveglia un mondo sordo.
Vedete … noi siamo come blocchi di pietra
da cui lo scultore ricava le forme degli uomini. I colpi del suo scalpello …
così dolorosi per noi … sono ciò che ci rende perfetti.
C. S. Lewis

 

Introduzione

La legge sul biotestamento di cui parliamo oggi, ci costringe ad occuparci e prendere una posizione di fronte a questioni che sono così umane che riguardano tutti.
Non solo perché a tutti potrebbe accadere di trovarci in una situazione di fronte alla quale occorre prendere delle decisioni riguardanti la possibilità di vivere o morire, ma anche perché i criteri di giudizio che guideranno le nostre scelte hanno a che fare con la visione che noi abbiamo dell’esistenza.
Il mio intervento vuole mettere a tema tre questioni: la libertà di scelta (nella legge chiamata autodeterminazione), il senso della sofferenza e quello della morte nella vita del singolo e della società.

 

La libertà

La libertà secondo la Rivelazione cristiana

Per comprendere pienamente il senso della libertà nella visione cristiana dell’esistenza dobbiamo far riferimento ai primi capitoli della Genesi.
L’uomo viene creato da Dio in maniera del tutto gratuita e amorevole. A lui viene offerta l’amicizia del creatore stesso: una relazione con l’essere da cui ha origine nella quale egli deve far uso della propria libertà solo per aderire a quanto Dio stesso ha stabilito per lui.
La libertà si configura come possibilità di realizzare il bene che consiste nel rispetto dell’ordine con cui le cose sono state create.
Eppure l’uomo, sedotto dalla promessa menzognera del serpente, tradisce questa relazione.
Chiamato amorevolmente all’essere da un Dio personale che ne desidera l’autentico compimento, l’uomo rifiuta la naturale dipendenza da questo essere, affascinato da una promessa di autonomia, che si rivela non autentica e gravida di conseguenze per la sua stessa esistenza.
Risultato di questo rifiuto sarà la solitudine, la divisione e frantumazione del proprio essere.
Nel voler diventare come Dio, l’uomo, si ritrova solo e inconsistente.
[chi parla è Adamo: rappresentante di tutta l’umanità] Un’analisi radicale della parola “mio” conduce sempre a Te – ed ecco io preferisco persino rinunciare alla parola “mio” anziché ritrovarla alla fine in Te. Perché voglio avere tutto attraverso me stesso, non attraverso Te. Se è un controsenso – allora quanti uomini si sono impastoiati in questo controsenso. Perché come sono gli uomini in questa massa sempre crescente? Non sono forse sempre più soli? Il numero non crea l’amore – la solitudine non rende indipendenti, ma genera la lotta.

 

La libertà secondo il pensiero moderno

L’epoca moderna nasce ed è profondamente segnata da eventi storici che ne determinano la riflessione sull’uomo: l’apertura verso nuovi mondi, la tremenda crisi nell’unità della Chiesa causata dalla Riforma Protestante, il susseguirsi di rivoluzioni che porteranno a cambiamenti culturali, politici e sociali irreversibili.
In essi emerge una nuova visione del rapporto che l’uomo ha con la realtà e con Dio che può essere individuata nella crisi del principio di autorità.
L’uomo moderno ha il desiderio di affrancarsi da qualsiasi tipo di autorità e da qualsiasi tipo di dipendenza possa essere presente nella sua esistenza. La ricerca di nuovi mondi e di nuovi spazi da poter occupare coincide con il desiderio di veder eliminato qualsiasi limite posto al suo agire. Egli si rende conto di poter osare e ritiene di non avere bisogno di nessuno. La relazione con chiunque ne limiti l’agire comincia ad essere avvertita come frustrante e oppressiva; vuole rispondere del proprio agire solo a se stesso. La libertà comincia a essere intesa come assenza di costrizione di qualsiasi tipo e di legame che possa limitare la propria autonomia.
La libertà coincide sempre più con l’autodeterminazione: possibilità di vedere la propria vita sempre più determinata dalle proprie scelte e non da ciò che il Creatore ha stabilito per essa.
L’autodeterminazione, però, rivela la sua inconsistenza se non è accompagnata da una possibilità di scelta di ciò che porta a compimento la propria esistenza.

 

Il senso della sofferenza

Veniamo alla seconda questione su cui voglio soffermarmi.
Essa riguarda il valore della sofferenza. Sicuramente viviamo in un momento storico nel quale si fa di tutto per censurare quella che di fatto è un’esperienza ineliminabile della nostra esistenza.
La domanda che ci facciamo allora è: «ha un senso la sofferenza?» e «quale può essere essere?».
Non abbiamo tempo per una lunga analisi per cui voglio solo dare qualche spunto di riflessione.
Sul piano materiale come su quello spirituale, la sofferenza indica un disequilibrio, ci dice che qualcosa non va come deve andare, come è stabilito che vada.
In altri termini la sofferenza ci è necessaria perchè ci spinge ad occuparci di ciò che nella vita non funziona.
Ancora il libro della genesi ci suggerisce che, a partire dalla rottura della relazione con il creatore, le esperienze più importanti per l’uomo debbano avere come condizione la fatica e la sofferenza.
Tra queste vi sono sicuramente la nascita e la morte. Anche il Dio fatto uomo non rifiuterà di attraversare questa condizione  per trasfigurarne il valore.
Vale a dire che la condizione in cui ci si viene a trovare quando si soffre ci riconduce con immediatezza alla considerazione della nostra dipendenza ontologica dal Creatore e ci smaschera nella nostra pretesa di onnipotenza: quella che ci fa credere di essere autonomi e di non aver bisogno di niente e di nessuno.

 

La buona morte

Terza questione. Nella storia, senza ombra di dubbio, i primi a dare dignità alla morte sono stati i cristiani. Sebbene, come dicono molti storici, la civiltà prende avvio dal culto per i morti, chi ha permesso di togliere alla morte il senso della maledizione sono stati i cristiani.
Ricordiamo tutti l’espressione con cui san Francesco chiama la morte: sorella. Essa sta ad indicare una realtà che non è lontana dalla vita, ma gli è familiare. E sono sempre i cristiani che nei periodi più bui della storia, quando l’umanità è flagellata da malattie che si diffondono in maniera esponenziale, si occupano di dare sepoltura a coloro che rappresentavano un pericolo per la propria stessa vita. Ancora, in tempi più recenti, pensiamo a Madre Teresa di Calcutta o ad altri sacerdoti, magari sconosciuti ai più, che si occupano di ridare dignità  al trapasso di persone abbandonate da tutti.
Qual è il denominatore comune che spinge una persona ad accompagnare un suo simile ad una morte buona, vale a dire, dignitosa?
Una testimonianza riguardo un grande santo, Camillo De Lellis, che ha riformato in maniera anche civile la sanità in Italia afferma:
«Quando pigliava alcuno di loro in braccio per mutargli le lenzuola, lo faceva con tanto affetto e diligenza che pareva maneggiare la persona stessa di Gesù Cristo»
La forza e la autenticità di una compagnia ad una persona che sta andando incontro alla fine della sua vita può avere origine solo da questo: l’amore per Colui che condividendo in tutto le fatiche e le sofferenze dell’uomo gli ha donato un valore unico e intangibile.
Fuori da questo sguardo tutto può divenire oggetto di conflitto e di incomprensione del valore vero delle cose.
Chiudo ricordando a me e a voi che tutte le forma di discriminazione e di razzismo hanno origine dalla affermazione che c’è una vita che vale più di un’altra.
Bene noi abbiamo il dovere di testimoniare che la dignità della vita, di tutti e per tutto il tempo che c’è, trova la sua ragion d’essere nell’amore di chi ce l’ha donata e continua a farlo. Se non lo faremo si avvererà sempre più la profezia di un grande scrittore russo: morto Dio, per l’uomo tutto è possibile.